Il cappello frigio

Il cappello frigio

04/10/2010 5 Di Francesco Lanza

Questo articolo è già apparso per intero sul mio blog personale, Esplosione Cambriana, ma ho deciso di riportalo qui per intero, aggiungendo anche la bibliografia ed espandendo un paio di concetti relativi alla sua costruzione.

Conosciuto volgarmente anche come “cappello dei puffi” a causa dei famosi omini blu, apparentemente incapaci di vivere senza, il frigio è un tipo di copricapo antichissimo ed usato ininterrottamente fino al medioevo. A giudicare dalle iconografie, gli ultimi ad indossarne una versione erano i medici e le donne, quest’ultime più come cappuccio che come cappello. Resta il fatto che greci, romani e vikinghi adoravano la sua peculiare forma.

Nessun frigio, quanto ne sappia, è mai sopravvissuto, quindi non possiamo dire quale fosse il metodo con cui venisse creato più spesso. Quasi certamente non si trattava di nålbinding o lavorazione a maglia. Il primo metodo, per ragioni a me ignote, sembrava applicarsi unicamente a calzini e guanti pesanti, il secondo metodo è invece troppo recente. Restano solo il taglio e cucito e la lavorazione del feltro. Generalmente i frigi vengono dipinti e riprodotti come privi di cuciture, il che fa pensare che il metodo più comune fosse il secondo. Non ritengo comunque che si debba escludere l’opera sartoriale, anche perchè è raro scoprire che un pittore medievale ha perso del tempo a disegnare particolari come orli e cuciture. I ritrovamenti di Herjolfsnes in Groenlandia comprendono anche qualche cappello (seppur non frigio), ognuno dei quali è tagliato e cucito dalla locale stoffa di lana Vadmal, il robusto e fittissimo panno che era una vera e propria colonna dell’economia locale. Non abbiamo ragione di escludere che ogni genere di cappello potesse essere creato con questo metodo, o che più metodi convivessero.

Siccome lavorare il feltro è davvero un’impresa difficoltosa e desidero piuttosto imparare a cucire, sono partito da un progetto semplice e dopo qualche prova ho messo assieme questo simpatico oggetto verde. Posso fare certamente di meglio… Ma ad un certo punto ho deciso con un atto di volontà che questo cappello era finito, così gli ho dato gli ultimi tocchi e l’ho fotografato per i posteri. Avrei potuto cercare di correggere qualche piccolo errore, certo, ma poi mi sarei intrappolato da solo nell’inferno riservato a George Lucas, l’uomo che nel tentativo di appianare un paio di difetti ha finito per macellare un’opera cinematografica di culto…

Il materiale che ho scelto è ricco, ma conveniente. Si tratta di una morbida lana da cappotto trovata in offerta speciale a pochi euro, uno scampolo troppo piccolo per farci un qualche tipo di abito ma ottimo per gli accessori. Con sorpresa mi sono reso conto solo dopo l’acquisto che si trattava di lana doppia o double face: un doppio strato di tessuto cucito assieme da una macchina. Si tratta di un tipo di stoffa molto usato per le mantelle, ma generalmente i due strati sono di colore differente, mentre in questo caso c’è lo stesso verde scuro su entrambe le facce. Tanto meglio: il doppio strato gli conferisce una buona capacità di mantenere la forma che potete ben percepire dalle immagini. Quasi come fosse feltro, il peduncolo resta fieramente eretto, Freud non me ne voglia.

L’orlo è stato fatto con una libera interpretazione di un metodo medievale: ho cucito una treccia fatta con della lana di colore quasi identico a quello del cappello per creare una simpatica finitura. I ritrovamenti archeologici evidenziano la presenza di cordini intrecciati e bordi tessuti con tessere o addirittura con i piedi… Il mio marchingegno è più povero e certamente laborioso (tessere e piedi usati sapientemente sono uno strumento più comodo delle dita, che devono contemporaneamente intrecciare e cucire!), ma comunque gradevole.

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