Come riatto l’arnese – schinieri

Prima di procedere con gli aggiustaggi alla mia armatura ho dovuto aspettare un buon momento per testare tutto l’insieme. Ho quindi seguito l’esempio di Jean le Maingre, detto Boucicaut, (1366-1421) che quando non tirava di spada, tra i vari allenamenti, si arrampicava su ostacoli e correva con e senza armatura. Indossato l’arnese sono quindi uscito a fare una breve corsa e qualche esercizio in sospensione. E grazie a queste attività ho raccolto le idee intorno a quali modifiche si rendano necessarie per ottenere la massima efficenza possibile dalla mia nuova armatura. Guardando attentamente i video si può osservare come non fossero utilizzati gli schinieri ovvero quella pezza d’armatura che protegge lo stinco. Il motivo, molto semplice, è che non stanno su in nessuna maniera, girandosi e scendendo senza alcun ritegno. Qui di seguito ci sono le due ottimizzazioni pensate per rendere utilizzabili gli schinieri. Dopo aver osservato alcuni reperti ho quindi piegato, tagliato e modellato una barra di ferro aiutandomi con un seghetto per metalli, lime a diversa sezione ed un trapano da modellista. Lo scopo era quello di aggiungere su ciascun schiniero il passantino posteriore necessario ad inserire la cinghietta della parte superiore del gambale. Con le opportune misurazioni sono riuscito a rivettare direttamente i due passanti sugli schinieri. Ho anche incollato, dopo aver opportunamente scartavetrato l’interno della pezza difensiva, un sottile strato di feltro per aumentare la comodità e l’aderenza della parte d’armatura in questione. In queste operazioni l’immancabile cotta di maglia zincata serve come zavorra per aiutare il feltro ad aderire bene alle superfici concave dello schiniero. Con queste soluzioni spero che gli stinchi siano efficientemente usabili e protetti anche se la conferma definitiva me la darà solo il prossimo test sul campo.    
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Come riatto l’arnese – ventaglia

Dopo aver risolto cerniera e sospensione dell’elmo ci si dedica alla ventaglia vera e propria. Nel mio caso, essendo un cavaliere limitato dal budget, ho pensato di riadattare una cotta di maglia ed un camaglio entrambi realizzati con anelle ID8 (che sta per diametro interno 8 millimetri) chiuse tramite rivetto. Questo tipo di cotta è storicamente attestata ed ha qualche vantaggio rispetto alla più “quotata” in ambito rievocativo ovvero le anelle piatte e chiuse con il grano d’orzo o cuneo che dir si voglia.
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Come riatto l’arnese – riparazione corazzina

Se seguite gli esperimenti di ricostruzione degli equipaggiamenti della 7C avrete senz’altro letto delle nostre corazzine. La mia armatura MarkII ha una wisby type IV rivestita in damasco serico. La stoffa ha subito qualche danno utilizzandola e quindi si è reso necessario un intervento di restauro per ripristinarla. Nella zona sotto l’ascella la punta di una lama è stata deflessa dalla sottostante piastra  ma, forse complice qualche bavetta tagliente sulla spada, è riuscita a tagliare la stoffa e penetrare tra rivestimento e fodera. Il movimento ha quindi forzato la stoffa e un paio di ribattini sono usciti dal supporto tessile. Le operazioni prevedono quindi diversi passaggi: rimozione dei ribattini, rammendo della stoffa esterna, applicazione aggiuntiva alla stoffa interna, riproduzione dei ribattini, rivettatura finale.
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Come riatto l’arnese – parte seconda

Risolta la questione della funzionalità della cerniera, come visto nel precedente articolo, sono passato alla sospensione. Ho visto spesso, nel tempo, elmi usati senza sospensione calzati, o forse è meglio dire incastrati, direttamente sopra l’imbottitura a contatto con il cranio. Inutile spenderci un fiume di parole sopra: è un impiego decisamente semplicistico dell’elmo oltre che poco pratico. Due sono le questioni per l’indossabilità: l’altezza ottimale delle feritoie per gli occhi sulla visiera e quel salvifico spazio tra la testa e l’elmo. Sono entrambi aspetti collegati ad una buona configurazione della sospensione dell’elmo.
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Come riatto l’arnese – parte prima

Con questa serie di articoli vorrei condividere il lento processo che porterà alla definizione di una versione migliorata del mio arnese nel modo più dettagliato ed informativo possibile anche solo per permettere a me stesso, tra un’altra decade, di capire cosa cambiare o migliorare nel caso in cui fosse necessario. Quando io e Luca fondammo, oramai nel lontano 2007, la SeptemCustodie avevamo con noi il desiderio di migliorare la nostra scherma e la conoscenza dei trattati, ed eravamo felici possessori di un arnese trecentesco a testa. Quel particolare tipo di armatura che viene definito transizionale e nel quale cuoio, anelle e piastre coesistono in variegate soluzioni. Erano due armature che, oltre a seguire le nostre personali preferenze estetiche, cercavano di essere storicamente credibili e soprattutto funzionali.
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Il Boccaccio che non ti aspetti

Assieme alla spada, l’elemento identificativo delle rievocazioni medievali è certamente l’armatura. Molti anni sono passati dall’esordio di questo tipo di eventi eppure ancora oggi tante armature vengono maltrattate dalle Alpi al fondo dello Stivale. Motivo: (più che una causa, una scusa) non esiste un documento italiano che spieghi come montare un’armatura nel periodo rievocativo più in voga (il famoso “Trecciento” ndr.). In effetti rari sono i testi che identificano e spiegano la composizione delle pezze difensive medievali. Solitamente gli studiosi seri si ritrovano con mani sudate e palpitazioni alla vista di inventari, elenchi e distinte di carico riguardanti tale argomento (con i manuali sopraggiunge l’infarto). Il più noto di questi è sicuramente lo scritto “How a man schall be armyd at his ese when he schal fighte on foote”. In questo testo viene indicata la sequenza in cui montare le parti di un arnese difensivo e gli indumenti necessari a “combattere comodamente a piedi”. Ma essendo il nostro un paese profondamente pigr… affezionato alla propria lingua, molti disdegnano un testo “nell’idioma della perfida Albione”. Di più: il testo è decisamente successivo al periodo citato all’inizio. Sull’onda di questo sentimento nazionale vige l’anarchia più totale su cosa sia o meno lecito portare per definire un’armatura italiana, come pure sull’ordine in cui montarla addosso al povero malcapitato. Ma forse le cose cambieranno grazie al fortunato ritrovamento di Marco Signorini (navigato ricostruttore storico) in un testo di Boccaccio. Nella sua opera “Filocolo” ci imbattiamo in questo: “Veduta Ascalion la ferma volontà di Florio, sanza più parlare, egli lo ‘ncominciò ad armare di bella e buona arme; e poi ch’egli gli ebbe fatto vestire una grossa giubba di zendado vermiglio, gli fece calzare due bellissime calze di maglia, e appresso i pungenti speroni; e sopra le calze gli mise un paio di gambiere lucenti come se fossero di bianco argento, e un paio di cosciali; e similemente fattegli mettere le maniche e cignere le falde, gli mise la gorgiera; e appresso gli vestì un paio di leggierissime piatte, coperte d’un vermiglio sciamito, guarnite di quanto bisognava nobilmente e fini ad ogni pruova. E poi che gli ebbe armate le braccia di be’ bracciali e musacchini, gli fece cingere la celestiale spada, dandogli poi un bacinetto a camaglio bello e forte, sopra ‘l quale un fortissimo elmo rilucente e leggiero, ornato di ricchissime pietre preziose, sopra ‘l quale un’aquila con l’alie aperte di fino oro risplendeva, gli mise, donandoli un paio di guanti quali a tanta e tale armadura si richiedevano,e appresso il sinistro omero gli armò d’un bello scudetto e forte e ben fatto, tutto risplendente di fino oro, nel quale sei rosette vermiglie campeggiavano.” Ebbene: IL RE E’ NUDO… anzi, stavolta è tutto di ferro vestito. Devo ammettere che in tanti anni di strenua ricerca, neppure a me era mai balzato in mente di andare a caccia di informazioni di tale tipo dentro ad uno scritto di Boccaccio (più utile quando si cercano aneddotti divertenti sul medioevo, quali “il piuolo con il quale si piantan gli uomini”). Il testo è ad ogni modo eccezionale: presenta una completa compatibilità per epoca e composizione con le pezze difensive ritratte nelle lastre terragne presenti nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze (una su tutte quella di Lorenzo Acciaiuoli) come pure le statue presenti sulle Arche di Verona. E’ pure prodigo di dettagli ancor più interessanti: conferma la presenza di un indumento imbottito consistente, ma foderato in seta grezza decorata con filo d’oro o altre fantasie policrome al posto del classico lino; Non fa menzione alcuna di un’intera camicia di maglia sotto al resto della panoplia, anzi, cita testualmente quelle che hanno tutto l’aspetto di pezzature di maglia separate (ae. calze, bracciali, fianchi, gorgiera); pone un profondo accento sull’importanza della leggerezza dell’armamento (addio per sempre, paranco per issare uomini “a bordo” dei cavalli); esalta la componente estetica delle varie pezze, rimarcando la cura e l’attenzione posta sia alla fabbricazione che alla manutenzione dei pezzi d’armatura (addio per sempre, mito de “se il guerriero ha l’armatura lucente, non ha mai provato la vera Battaglia ™). Insomma: ora abbiamo un testo completo, che getta luce sull’impianto difensivo Italiano di metà ‘300, senza “cialtronerie e compromessi” (modo di dire tanto caro alla nostra associazione). Lo pubblico nella speranza che diventi virale nell’ambiente ed aiuti a smontare un po’ di luoghi comuni. In fondo è anche per questo se esistono associazioni come la nostra. PS: il ‘musacchino’ si identificherebbe come il tondello, a volte zoomorfo) a protezione della spalla / cuffia del rotatorio.
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Corazzine, fonti e suggerimenti

Comincio a raccontare questa esperienza partendo da una considerazione di tipo lessicale. La ricchezza della nostra lingua, nonché il contributo di illuminati ricercatori come L.G. Boccia, permette l’uso di termini con immediata rispondenza al tipo.  Per cui il termine corazza (e il suo etimologico attaccamento al cuoio) indica un tipo di protezione composta da grandi placche fissate ad un incoiato, la corazzina indica una protezione composta da placche variamente dimensionate e fissate ad una parte generalmente tessile ed infine la brigantina una tipologia di protezione del torso composta da lamelle metalliche di ridotte dimensioni rivettate ad una imprescindibile parte tessile. Con questi tre termini possiamo in modo piuttosto preciso indicare delle tipologie di protezione che cominciano ad apparire partendo rispettivamente dall’ultimo quarto del Duecento, passando per il Trecento e arrivando al Quattrocento inoltrato ed oltre. ———————————————————————————————————- Un’altro degli scrupoli che mi sono fatto, quando avevo ancora la sola idea di costruire una corazzina, è se effettivamente venisse impiegato il cuoio nella sua costruzione. In questo mi è venuto in aiuto il libro di Charles Ffoulkes, The armourer and his craft from the XIth to the XVIth Century, Dover publications inc., New york 1988. Nel quale vengono riportati diverse documentazioni testuali che qui riporto: 1278. Roll of Purchases for the Tournament at Winsor Park De Milion le Cuireur xxxviij quiret: p’c pec iij s. Itm. ij Crest & j Blazon & una galea cor & j ensis de Balon de Rob’o Brunnler xxxviij galee de cor p’c galee xiv. Tra questi acquisti non vi sono menzionate armature metalliche e le armi sono in osso di balena, un materiale che veniva impiegato anche per i guanti, come riportano le descrizioni di Froissart degli equipaggiamenti delle truppe di Filippo von Artevelde nella battaglia di Rosebecque nel 1382. Sempre Ffoulkes riporta: 1345. Les Livres de Competes des Freres Bonis, I. 174, Forestie. Item deu per un brasolt. . . de cuer negre. 1351. Ordonnnances du roi Jean IV, 69. Ordenons que l’arbalestrier . . . sera arme de plates . . . et de harnois de bras de fer et de cuir. Anche queste sono testimonianze documentarie di come venissero impiegati arnesi, o parti di essi, in cuoio a seconda delle esigenze di praticità o di costo. Unendo quindi l’obiettivo di realizzare un prototipo di corazzina senza aver sperimentato la battitura del ferro e volendo comunque costruire qualcosa di storicamente accettabile ho deciso di impiegare il cuoio e per rivestimento del cotone a trama fitta unitamente a del velluto di cotone. ———————————————————————————————————- Una delle domande che mi sono posto prima di realizzare una corazzina è che materiale venisse impiegato per “tenere insieme” l’intero manufatto, ovvero su cosa le placche venissero attaccate. Andando a vedere alcune repliche prodotte oggidì ho notato come generalmente venga prediletto un guscio esterno in pelle o cuoio. In realtà i rari reperti rimasti di corazzine e brigantine e le prove documentarie sembrano suggerire l’impiego di qualche tipologia tessile per la parte esterna. Mi sono chiesto quindi come testare la resistenza allo strappo della stoffa nel punto in cui passa un rivetto. Nelle tre immagini qui sotto potete osservare come ho cercato di risolvere il quesito. Ho attaccato ad un pezzo di legno, tramite graffette, un campione delle stoffe che intendevo impiegare come rivestimento della corazzina, eseguito con un punteruolo il foro di passaggio, fatto passare il rivetto e attaccato al medesimo una pinza autobloccante, completato il “tester” con un dinamometro a molla. I risultati sono stati piuttosto sbalorditivi: la stoffa non ha subito nessuna alterazione a causa della trazione fino a 12 Kg. Se vi state chiedendo: “e dopo i 12Kg?” pensando che si sia rotta la stoffa vi state sbagliando perchè si è rotto il pezzo di legno alla quale era attaccata! Ho fermato qui i miei test. In quanto per una corazzina in cuoio 12kg rappresenta circa il doppio del peso dell’intero manufatto mentre per una in ferro poco meno. Detto in altri termini una singola placca è attaccata tramite più di 3 rivetti e il suo peso varia tra i 100gr e i 500gr quindi difficilmente un rivetto potrà strappare la stoffa. Un’ultima nota: per la corazzina uso generalmente due stoffe una è quella “di struttura” e una è la fodera esterna. Per la stoffa che è deputata a reggere i pesi viene impiegato un cotone grezzo molto pesante con una trama fitta, mentre per la fodera esterna si possono impiegare velluti di cotone o seta, damasco, damascato, broccato. —————————————————————————————————— Costruirsi una corazzina non è un’impresa impossibile tuttavia è un progetto che richiede una certa determinazione e un certo metodo nell’esecuzione. La progettazione parte, dopo l’analisi delle forme delle fonti, dalle misure del portatore finale: circonferenza al torace, alla vita, ai fianchi; lunghezza dal collo a 1/5 di coscia e da sotto l’ascella a 1/5 di coscia.  In seguito ho adattato queste misure alle forme delle placche con particolare cura alla spaziatura dei rivetti nonché alla sovrapposizione delle placche. Stampati e ritagliati i cartamodelli ne ho ricopiato le sagome sul cuoio (spalla, groppone o cuoio da suola di circa 5mm di spessore) cercando di ottimizzare gli sprechi e in seguito ho ritagliato le placche. A tale proposito per tagliare le placche sono solito incidere con un taglierino il perimetro e poi lo ripasso con una forbice da lattoniere con lo snodo per la doppia leva.  Anche con questa piccola astuzia non è un lavoro che si possa cominciare e finire e consiglio di riposare di tanto in tanto la mano magari dedicandosi ad altri lavori meno impegnativi! Per la parte in cuoio il più è fatto, manca solo di rifinire i bordi delle placche con carta vetrata o una lima e di  forare le placche in corrispondenza di dove rivetteremo ogni singola placca al supporto in stoffa o pelle che sostiene l’intera corazzina. —————————————————————————————————— Qui di seguito ci sono le immagini dei nostri lavori sulla corazzina di Massimo C. Ed la  terza in ordine di costruzione. Qui, oltre alle varianti sul modello, ho cercato di realizzare anche un tipico complemento delle corazzine Visby ovvero la spallina integrata con una cerniera. Nella serie di immagini che segue si può inoltre osservare il metodo che usiamo per fissare le placche sulla stoffa. La placca viene usata come sagoma per segnare la stoffa e forarla allargando la trama con un punteruolo, si fa passare il rivetto e si fissa la placca di cuoio per mezzo di rondelle quadre. —————————————————————————————————— L’esperienza accumulata negli esperimenti precedenti mi ha permesso di affrontare la realizzazione di una Visby tipo 4 in ferro come esperimento. Effettivamente il ridotto numero di rivetti unitamente al fatto che non sono più necessarie le rondelle quadre semplificano e velocizzano la produzione anche se il rivettare delle piastre curve è in alcune sue parti decisamente impegnativo. Alla fine non servono particolari strumenti, infatti per curvare le placche ho usato un martello a testa semi-tonda e un profilo a “C”, un paio di guanti e indispensabili delle cuffie per le mie povere orecchie. Una delle cose più interessanti è che ho utilizzato un metodo naturale per brunire le placche e preservarle dall’ossidazione: le placche sono state spennellate con dell’olio di lino e successivamente scaldate su una fiamma libera. E’ necessario farlo in un luogo molto ben ventilato in quanto l’odore, simile a quello di una frittura un pò bruciata, non è esattamente gradevole. Ma il sacrificio ne vale la pena specialmente per non trovarsi le placche corrose dalla ruggine in punti impossibili da pulire. —————————————————————————————————— Questo è il resoconto abbastanza dettagliato delle esperienze fatte nel tentativo di comprendere questo peculiare tipo di protezione.
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Produzione di una Goedendag

Un pomeriggio dedicato alla produzione di un’arma in asta trecentesca di origine fiamminga il cui nome significa buona punta o buona lama e che suona ironicamente come il “buongiorno” tedesco. Estremamente semplice da produrre questa arma viene rappresentata nelle iconografie in molti modi idealmente una commistione tra una lancia e una mazza. Ringraziamo la disponibilità di Massimo V e la brillante idea di Francesco. —————————————————————————————————————————————-
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Primi esperimenti di forgiatura

Grazie a Massimo V abbiamo sperimentato alcuni elementari tecniche di forgiatura anche se con risultati disastrosi! Non abbiamo utilizzato del carbone coke anche se si riesce a giungere comunque alle temperature necessarie per i processi di forgiatura, molto complesso è invece il posizionamento del pezzo nel carbone per consentire un riscaldamento omogeneo ed evitare il formarsi di ossido sulla superficie del pezzo. Ci è stato impossibile “saldare” i due pezzi probabilmente proprio a causa degli ossidi superficiali. Andrà sicuramente meglio la prossima volta! —————————————————————————————————————————————-
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Guanti a Clessidra

Esistono molti siti che propongono guanti d’arme. A partire dal solo guanto in pelle, passando dai guanti in cotta di maglia per finire con quelli in piastra. Tuttavia anche se i costi sono piuttosto elevati non sempre si può dire altrettanto per la qualità. Invece nei casi in cui tali guanti siano realizzati molto bene i costi sono realmente difficili da affrontare. Aggiungiamo che il guanto in questione è un tipico “guanto a clessidra” e che per tenerlo in linea con lo stile della mia armatura lo cercavo senza ottonature e con le dita “composite”. Il risultato è che per abbattere i costi ho deciso di provare a realizzarli. Il primo problema da affrontare è stata la clessidra, non ritenendomi ancora in grado di realizzarla adeguatamente, la ho comprata tramite The Iron ringper una cifra abbordabile. Le ho aggiunto solo i fori per il fissaggio delle parti in pelle. In seguito ho modificato un paio di comuni guanti da lavoro aggiungendo una cuffia che si adattasse perfettamente all’ interno della clessidra in ferro e tinti di marrone. Misurate, tagliate, forate e fatte alcune prove sono arrivato alla conclusione di quali tipologie di scaglie e rispettivamente che tipo di lavorazioni fossero necessarie per la formatura. Le lavorazioni per tutte le scaglie rettangolari si risolvono velocemente con l’uso di stampo e controstampo. Le scaglie triangolari dopo il primo passaggio di curvatura hanno bisogno di essere ribattute su uno spigolo per darle il bordo superiore “unghiato”. Le nocche possono essere formate su una piccola forma semisferica. In seguito ho assemblato le scaglie su strisce di cuoio opportunamente sagomate e predisposte al successivo passaggio di cucitura. Ho montato le dita sulla clessidra in ferro e pazientemente cucito il guanto. I passaggi finali sono stati il rivettare il guanto di cuoio alla clessidra e una sana asportazione della ruggine formatasi durante i lavori. Concludo dicendo che probabilmente l’unico grosso difetto è dovuto alla clessidra in ferro composta da due metà unite e non da un’ unico pezzo formato. In futuro cercherò di replicare anche tale pezzo di armatura ed eventualmente proverò a realizzare anche qualche variazione sul tema. I guanti sono stati inaugurati al Palio di S. Donato tenutosi a Cividale tenutosi il 22-23-24 agosto 2008. E in duello non mi sono reso conto di indossarli. Un risultato piuttosto soddisfacente
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