Allenarsi come Boucicaut

Quando non si allenava di scherma Jean le Maingre, detto Boucicaut, (1366-1421) si allenava saltando sul cavallo, arrampicandosi su ostacoli e correndo con e senza armatura. Usava asce e martelli colpendo ripetutamente senza sosta… sostanzialmente faceva quello che oggi chiamiamo allenamento funzionale. Alcune delle cose che le cronache hanno riportato sono abbastanza incredibili e forse lievemente ingigantite, tuttavia si possono intuire le doti di un atleta molto competente e performante. Un personaggio quindi che, grazie alle proprie esperienze, era riuscito a capire quali fossero le attività che, ripetute nel tempo, avrebbero potuto farlo migliorare.
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Il Boccaccio che non ti aspetti

Assieme alla spada, l’elemento identificativo delle rievocazioni medievali è certamente l’armatura. Molti anni sono passati dall’esordio di questo tipo di eventi eppure ancora oggi tante armature vengono maltrattate dalle Alpi al fondo dello Stivale. Motivo: (più che una causa, una scusa) non esiste un documento italiano che spieghi come montare un’armatura nel periodo rievocativo più in voga (il famoso “Trecciento” ndr.). In effetti rari sono i testi che identificano e spiegano la composizione delle pezze difensive medievali. Solitamente gli studiosi seri si ritrovano con mani sudate e palpitazioni alla vista di inventari, elenchi e distinte di carico riguardanti tale argomento (con i manuali sopraggiunge l’infarto). Il più noto di questi è sicuramente lo scritto “How a man schall be armyd at his ese when he schal fighte on foote”. In questo testo viene indicata la sequenza in cui montare le parti di un arnese difensivo e gli indumenti necessari a “combattere comodamente a piedi”. Ma essendo il nostro un paese profondamente pigr… affezionato alla propria lingua, molti disdegnano un testo “nell’idioma della perfida Albione”. Di più: il testo è decisamente successivo al periodo citato all’inizio. Sull’onda di questo sentimento nazionale vige l’anarchia più totale su cosa sia o meno lecito portare per definire un’armatura italiana, come pure sull’ordine in cui montarla addosso al povero malcapitato. Ma forse le cose cambieranno grazie al fortunato ritrovamento di Marco Signorini (navigato ricostruttore storico) in un testo di Boccaccio. Nella sua opera “Filocolo” ci imbattiamo in questo: “Veduta Ascalion la ferma volontà di Florio, sanza più parlare, egli lo ‘ncominciò ad armare di bella e buona arme; e poi ch’egli gli ebbe fatto vestire una grossa giubba di zendado vermiglio, gli fece calzare due bellissime calze di maglia, e appresso i pungenti speroni; e sopra le calze gli mise un paio di gambiere lucenti come se fossero di bianco argento, e un paio di cosciali; e similemente fattegli mettere le maniche e cignere le falde, gli mise la gorgiera; e appresso gli vestì un paio di leggierissime piatte, coperte d’un vermiglio sciamito, guarnite di quanto bisognava nobilmente e fini ad ogni pruova. E poi che gli ebbe armate le braccia di be’ bracciali e musacchini, gli fece cingere la celestiale spada, dandogli poi un bacinetto a camaglio bello e forte, sopra ‘l quale un fortissimo elmo rilucente e leggiero, ornato di ricchissime pietre preziose, sopra ‘l quale un’aquila con l’alie aperte di fino oro risplendeva, gli mise, donandoli un paio di guanti quali a tanta e tale armadura si richiedevano,e appresso il sinistro omero gli armò d’un bello scudetto e forte e ben fatto, tutto risplendente di fino oro, nel quale sei rosette vermiglie campeggiavano.” Ebbene: IL RE E’ NUDO… anzi, stavolta è tutto di ferro vestito. Devo ammettere che in tanti anni di strenua ricerca, neppure a me era mai balzato in mente di andare a caccia di informazioni di tale tipo dentro ad uno scritto di Boccaccio (più utile quando si cercano aneddotti divertenti sul medioevo, quali “il piuolo con il quale si piantan gli uomini”). Il testo è ad ogni modo eccezionale: presenta una completa compatibilità per epoca e composizione con le pezze difensive ritratte nelle lastre terragne presenti nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze (una su tutte quella di Lorenzo Acciaiuoli) come pure le statue presenti sulle Arche di Verona. E’ pure prodigo di dettagli ancor più interessanti: conferma la presenza di un indumento imbottito consistente, ma foderato in seta grezza decorata con filo d’oro o altre fantasie policrome al posto del classico lino; Non fa menzione alcuna di un’intera camicia di maglia sotto al resto della panoplia, anzi, cita testualmente quelle che hanno tutto l’aspetto di pezzature di maglia separate (ae. calze, bracciali, fianchi, gorgiera); pone un profondo accento sull’importanza della leggerezza dell’armamento (addio per sempre, paranco per issare uomini “a bordo” dei cavalli); esalta la componente estetica delle varie pezze, rimarcando la cura e l’attenzione posta sia alla fabbricazione che alla manutenzione dei pezzi d’armatura (addio per sempre, mito de “se il guerriero ha l’armatura lucente, non ha mai provato la vera Battaglia ™). Insomma: ora abbiamo un testo completo, che getta luce sull’impianto difensivo Italiano di metà ‘300, senza “cialtronerie e compromessi” (modo di dire tanto caro alla nostra associazione). Lo pubblico nella speranza che diventi virale nell’ambiente ed aiuti a smontare un po’ di luoghi comuni. In fondo è anche per questo se esistono associazioni come la nostra. PS: il ‘musacchino’ si identificherebbe come il tondello, a volte zoomorfo) a protezione della spalla / cuffia del rotatorio.
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DTK – L’armatura da torneo di Enrico VIII

Ecco un altro appuntamento dopo mesi di assenza con DTK – Dressed To Kill. Nota dell’autore: l’evento pur parlando di un periodo ormai successivo a quello medievale ne conserva comunque gran parte dello spirito, con solo qualche smussatura degli angoli, lo ritengo poi un valido pretesto per documentare due interessanti “armature sportive” decisamente degne di nota.
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DTK – Dressed to kill

Le armature di Enrico VIII Sono stato alla torre di Londra, a visitare una mostra che aveva come titolo “Dressed to Kill”. Come potevo astenermi dal pubblicare qualcosa al riguardo? Studiando la figura di Enrico VIII appare evidente che egli fosse un sovrano inglese di un certo peso, sempre al centro dell’attenzione, nonché uno sportivo dal fisico atletico e prestante. Da alcuni studi fatti risulta essere stato un appassionato di tennis, caccia e ovviamente un patito degli sport nobiliari più spettacolari e cioè le giostre e i tornei. Oggi sappiamo che il combattimento in armatura principalmente può essere suddiviso in due specialità: la giostra, pericolosa attività che permetteva ai nobili di provare il loro valore come cavalieri in tempo di pace, e il torneo in campo chiuso, ovvero un combattimento appiedato in un ring delimitato da uno steccato, sostanzialmente nato come forma di duello giudiziario per risolvere le contese e a sua volta evolutosi in uno sport. Entrambe queste discipline avevano varianti e regolamenti, commissioni disciplinari e organi di controllo, venivano istituite giurie e premi, erano acclamate come manifestazioni importanti e attese come eventi imperdibili. Le fiere, e persino gli assedi e molti incontri diplomatici, prevedevano dei tornei, sia a cavallo che da appiedati. Enrico VIII da bravo patito non poteva fare a meno di apparire al meglio, e si sa che per apparire bisogna spendere. Raccolse da tutta Europa i migliori artigiani, istituendo a Greenwich un laboratorio: da qui sarebbero uscite molte delle sue famose armature per le competizioni sportive, per le parate e per i tornei. Come fu molto attento a curare il suo modo di vestire (e quello della corte ne fu influenzato di riflesso), fu molto attento a lasciare il segno pure sulla moda degli armamenti. Dal regno posato e ben attento alle spese di Enrico VII (il padre), si passò allo sfarzoso regno di Enrico VIII, che lasciò nella storia un’impronta indelebile. Da questo lungo preambolo nasce DTK, una serie di recensioni illustrate sulle armature appartenute a personaggi storici della nostra cara età di mezzo. Quest’armatura fu costruita per commemorare il matrimonio con la prima moglie di Enrico, Caterina d’Aragona, avvenuto nel 1509. “Silvered and Engraved Armour” è il suo nome ufficiale, ma c’è chi la chiama “all’italiana” per via dei lavori di rifinitura svolti da un armaiolo italiano del re. E’ datata 1515 e si fa notare per i suoi eccezionali decori, come la cesellatura integrale con il tema della rosa dei Tudor e il melograno degli Aragona, o l’orlo ottonato della “gonna d’arme”, raffigurante le iniziali “HK” (cioè Henry e Katherine). Sul petto è inciso San Giorgio e sulla schiena Santa Barbara (Nda: purtroppo, nonostante gli sforzi, non sono riuscito a ottenere un’immagine della schiena dell’armatura, ma solo il disegno). Si ringrazia la royalarmouries e l’Historic Royal Palaces per le immagini.
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Le jeu de la hache

Daultre part ledict Jeu est honnourable et proffitable pour la preseruation du corps humain noble ou non noble. Nel novero dei manuali sull’arte del combattimento che possiamo considerare veramente antichi viene spesso scordato il primo trattato francese sulle arti marziali. Chiamato Le jeu de la hache, si tratta di un testo del primissimo 1400 scritto in Borgogna e dedicato unicamente alla graziosa arma conosciuta come “azza”, che si focalizza sul suo utilizzo nelle liste, non in guerra. Nonostante la fluidità della terminologia medievale, possiamo riconoscere come azza qualsiasi arma in asta lunga come una persona o poco più (1,5-1,8m), dotata di un certo quantitativo di punte (generalmente una superiore, a mo’ di lancia, e un puntale in fondo) e di una sorta di martello ad una delle estremità. Alcuni esemplari avevano dall’altro lato del maglio anche una lama d’ascia, altre invece una tremenda punta a becco. Il trattato di cui parliamo oggi ha come presupposto l’uso di una versione con un becco uncinato. Bellissima replica di azza di Arms & Armour. Al contrario di quella del trattato questa (ispirata ad un modello del 1470 ca.) è dotata di una lama d'ascia. I corpi umani tenderanno sempre a considerare un’azza come “una pessima notizia”, indipendentemente dal numero di punte, dal suo peso e dalla lunghezza. Sarebbe folle affrontarne una senza un’adeguata protezione, pur essendo armati allo stesso modo come capiterebbe in un duello giudiziario medievale. I nostri antenati, in effetti, tendevano a giocare con le azze solo quando erano in armatura, il che se non altro prolungava leggermente il divertimento. Le jeu de la hache, al contrario di alcuni manuali successivi, parte dal presupposto che i combattenti siano corazzati pesantemente e che quindi si muovano con un passeggio prudente ed eretto. Se si eccettua una corazza che copre il petto (Davide mi fa notare che quello è solo un farsetto), i tedeschi di un paio di generazioni successive pare rinunciassero alle armature. Sarà per questo che sono tutti morti? - Dal trattato di Talhoffer, 1467 Come già detto il manuale è dedicato agli scontri giudiziari, all’interno di uno steccato. Alcune delle manovre descritte, infatti, denotano un certo rispetto per la vita dell’avversario, offrendo l’opzione di spingerlo al di fuori del campo di combattimento invece che dal novero delle creature viventi. Il terribile becco viene in genere usato amabilmente per agganciare le gambe dell’avversario e rovesciarlo più che per aprirlo come una scatoletta. Insomma, i francesi medievali, nonostante avessero l’hobby di inchiodare i gatti ad un palo per la coda e di ucciderli a testate, rispettavano cavallerescamente la vita dei propri nobili avversari. Da un rievocatore una volta mi è stato detto che combattere in armatura completa con le azze non è così pericoloso. Non ho alcuna esperienza di quella che i tedeschi chiamano harnishfechten, nè ho un’armatura se non di tessuto, quindi parlo a puro livello teorico…. Ma francamente non ci vuole un genio della fisica per rendersi conto delle leve e dei pesi coinvolti nell’uso di un’azza, quindi esorterei gli aspiranti appassionati alla prudenza. Di questo trattato esistono varie trascrizioni. Qui trovate un’originale francese, mentre le traduzioni inglesi su cui lavorare sono ben due: quella (un po’ superata) di Sydney Anglo e quella nuova e rutilante di Jason Smith. Per completare, aggiungo un video di alcuni marzialisti storici inglesi impegnati in un lavoro di interpretazione di questo antico testo. Stanno cercando critiche e suggerimenti sul loro lavoro. Immagine dell’azza courtesy of Arms & Armour.
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Corazzine, fonti e suggerimenti

Comincio a raccontare questa esperienza partendo da una considerazione di tipo lessicale. La ricchezza della nostra lingua, nonché il contributo di illuminati ricercatori come L.G. Boccia, permette l’uso di termini con immediata rispondenza al tipo.  Per cui il termine corazza (e il suo etimologico attaccamento al cuoio) indica un tipo di protezione composta da grandi placche fissate ad un incoiato, la corazzina indica una protezione composta da placche variamente dimensionate e fissate ad una parte generalmente tessile ed infine la brigantina una tipologia di protezione del torso composta da lamelle metalliche di ridotte dimensioni rivettate ad una imprescindibile parte tessile. Con questi tre termini possiamo in modo piuttosto preciso indicare delle tipologie di protezione che cominciano ad apparire partendo rispettivamente dall’ultimo quarto del Duecento, passando per il Trecento e arrivando al Quattrocento inoltrato ed oltre. ———————————————————————————————————- Un’altro degli scrupoli che mi sono fatto, quando avevo ancora la sola idea di costruire una corazzina, è se effettivamente venisse impiegato il cuoio nella sua costruzione. In questo mi è venuto in aiuto il libro di Charles Ffoulkes, The armourer and his craft from the XIth to the XVIth Century, Dover publications inc., New york 1988. Nel quale vengono riportati diverse documentazioni testuali che qui riporto: 1278. Roll of Purchases for the Tournament at Winsor Park De Milion le Cuireur xxxviij quiret: p’c pec iij s. Itm. ij Crest & j Blazon & una galea cor & j ensis de Balon de Rob’o Brunnler xxxviij galee de cor p’c galee xiv. Tra questi acquisti non vi sono menzionate armature metalliche e le armi sono in osso di balena, un materiale che veniva impiegato anche per i guanti, come riportano le descrizioni di Froissart degli equipaggiamenti delle truppe di Filippo von Artevelde nella battaglia di Rosebecque nel 1382. Sempre Ffoulkes riporta: 1345. Les Livres de Competes des Freres Bonis, I. 174, Forestie. Item deu per un brasolt. . . de cuer negre. 1351. Ordonnnances du roi Jean IV, 69. Ordenons que l’arbalestrier . . . sera arme de plates . . . et de harnois de bras de fer et de cuir. Anche queste sono testimonianze documentarie di come venissero impiegati arnesi, o parti di essi, in cuoio a seconda delle esigenze di praticità o di costo. Unendo quindi l’obiettivo di realizzare un prototipo di corazzina senza aver sperimentato la battitura del ferro e volendo comunque costruire qualcosa di storicamente accettabile ho deciso di impiegare il cuoio e per rivestimento del cotone a trama fitta unitamente a del velluto di cotone. ———————————————————————————————————- Una delle domande che mi sono posto prima di realizzare una corazzina è che materiale venisse impiegato per “tenere insieme” l’intero manufatto, ovvero su cosa le placche venissero attaccate. Andando a vedere alcune repliche prodotte oggidì ho notato come generalmente venga prediletto un guscio esterno in pelle o cuoio. In realtà i rari reperti rimasti di corazzine e brigantine e le prove documentarie sembrano suggerire l’impiego di qualche tipologia tessile per la parte esterna. Mi sono chiesto quindi come testare la resistenza allo strappo della stoffa nel punto in cui passa un rivetto. Nelle tre immagini qui sotto potete osservare come ho cercato di risolvere il quesito. Ho attaccato ad un pezzo di legno, tramite graffette, un campione delle stoffe che intendevo impiegare come rivestimento della corazzina, eseguito con un punteruolo il foro di passaggio, fatto passare il rivetto e attaccato al medesimo una pinza autobloccante, completato il “tester” con un dinamometro a molla. I risultati sono stati piuttosto sbalorditivi: la stoffa non ha subito nessuna alterazione a causa della trazione fino a 12 Kg. Se vi state chiedendo: “e dopo i 12Kg?” pensando che si sia rotta la stoffa vi state sbagliando perchè si è rotto il pezzo di legno alla quale era attaccata! Ho fermato qui i miei test. In quanto per una corazzina in cuoio 12kg rappresenta circa il doppio del peso dell’intero manufatto mentre per una in ferro poco meno. Detto in altri termini una singola placca è attaccata tramite più di 3 rivetti e il suo peso varia tra i 100gr e i 500gr quindi difficilmente un rivetto potrà strappare la stoffa. Un’ultima nota: per la corazzina uso generalmente due stoffe una è quella “di struttura” e una è la fodera esterna. Per la stoffa che è deputata a reggere i pesi viene impiegato un cotone grezzo molto pesante con una trama fitta, mentre per la fodera esterna si possono impiegare velluti di cotone o seta, damasco, damascato, broccato. —————————————————————————————————— Costruirsi una corazzina non è un’impresa impossibile tuttavia è un progetto che richiede una certa determinazione e un certo metodo nell’esecuzione. La progettazione parte, dopo l’analisi delle forme delle fonti, dalle misure del portatore finale: circonferenza al torace, alla vita, ai fianchi; lunghezza dal collo a 1/5 di coscia e da sotto l’ascella a 1/5 di coscia.  In seguito ho adattato queste misure alle forme delle placche con particolare cura alla spaziatura dei rivetti nonché alla sovrapposizione delle placche. Stampati e ritagliati i cartamodelli ne ho ricopiato le sagome sul cuoio (spalla, groppone o cuoio da suola di circa 5mm di spessore) cercando di ottimizzare gli sprechi e in seguito ho ritagliato le placche. A tale proposito per tagliare le placche sono solito incidere con un taglierino il perimetro e poi lo ripasso con una forbice da lattoniere con lo snodo per la doppia leva.  Anche con questa piccola astuzia non è un lavoro che si possa cominciare e finire e consiglio di riposare di tanto in tanto la mano magari dedicandosi ad altri lavori meno impegnativi! Per la parte in cuoio il più è fatto, manca solo di rifinire i bordi delle placche con carta vetrata o una lima e di  forare le placche in corrispondenza di dove rivetteremo ogni singola placca al supporto in stoffa o pelle che sostiene l’intera corazzina. —————————————————————————————————— Qui di seguito ci sono le immagini dei nostri lavori sulla corazzina di Massimo C. Ed la  terza in ordine di costruzione. Qui, oltre alle varianti sul modello, ho cercato di realizzare anche un tipico complemento delle corazzine Visby ovvero la spallina integrata con una cerniera. Nella serie di immagini che segue si può inoltre osservare il metodo che usiamo per fissare le placche sulla stoffa. La placca viene usata come sagoma per segnare la stoffa e forarla allargando la trama con un punteruolo, si fa passare il rivetto e si fissa la placca di cuoio per mezzo di rondelle quadre. —————————————————————————————————— L’esperienza accumulata negli esperimenti precedenti mi ha permesso di affrontare la realizzazione di una Visby tipo 4 in ferro come esperimento. Effettivamente il ridotto numero di rivetti unitamente al fatto che non sono più necessarie le rondelle quadre semplificano e velocizzano la produzione anche se il rivettare delle piastre curve è in alcune sue parti decisamente impegnativo. Alla fine non servono particolari strumenti, infatti per curvare le placche ho usato un martello a testa semi-tonda e un profilo a “C”, un paio di guanti e indispensabili delle cuffie per le mie povere orecchie. Una delle cose più interessanti è che ho utilizzato un metodo naturale per brunire le placche e preservarle dall’ossidazione: le placche sono state spennellate con dell’olio di lino e successivamente scaldate su una fiamma libera. E’ necessario farlo in un luogo molto ben ventilato in quanto l’odore, simile a quello di una frittura un pò bruciata, non è esattamente gradevole. Ma il sacrificio ne vale la pena specialmente per non trovarsi le placche corrose dalla ruggine in punti impossibili da pulire. —————————————————————————————————— Questo è il resoconto abbastanza dettagliato delle esperienze fatte nel tentativo di comprendere questo peculiare tipo di protezione.
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Editoriale sulla maglia di ferro su MyArmoury.com

Oggi mi sono imbattuto in questo fantastico e dettagliatissimo editoriale sulle armature in maglia di ferro all’interno di MyArmoury.com, sito parecchio frequentato dagli appassionati di armamenti antichi. L’autore descrive in maniera decisamente accurata tutti i dati che si conoscono su questo tipo di armatura, spesso ingiustamente ignorata dai curatori dei musei che preferiscono mettere in mostra una bella corazza a piastre completa. Neppure io sono un grande fan di questo genere di protezione, preferisco di gran lunga viaggiare leggero… Come vedrete non appena completo una prima versione del mio abito da armigero! Poi, noi della Septem apprezziamo particolarmente le brigantine, come molti nostri amici e conoscenti sanno bene. Un artigiano che lavora sugli anelli di un'armatura in maglie di ferro, inizi del 15° secolo L’articolo in questione è completamente in inglese, ma chiunque abbia un po’ di familiarità con la lingua d’Albione si orienterà piuttosto facilmente. Se poi la vostra fantasia viene stuzzicata e decidete di comprare anche voi la vostra armatura di maglia (ottimo indumento per il tempo libero, gli sport invernali e – perchè no! – a suo agio in un ufficio un po’ informale), vi ricordiamo il nostro test su alcuni prodotti più o meno disponibili in commercio. Fonte immagine Die Mendelschen und Landauerschen Hausbücher
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Guanti a Clessidra

Esistono molti siti che propongono guanti d’arme. A partire dal solo guanto in pelle, passando dai guanti in cotta di maglia per finire con quelli in piastra. Tuttavia anche se i costi sono piuttosto elevati non sempre si può dire altrettanto per la qualità. Invece nei casi in cui tali guanti siano realizzati molto bene i costi sono realmente difficili da affrontare. Aggiungiamo che il guanto in questione è un tipico “guanto a clessidra” e che per tenerlo in linea con lo stile della mia armatura lo cercavo senza ottonature e con le dita “composite”. Il risultato è che per abbattere i costi ho deciso di provare a realizzarli. Il primo problema da affrontare è stata la clessidra, non ritenendomi ancora in grado di realizzarla adeguatamente, la ho comprata tramite The Iron ringper una cifra abbordabile. Le ho aggiunto solo i fori per il fissaggio delle parti in pelle. In seguito ho modificato un paio di comuni guanti da lavoro aggiungendo una cuffia che si adattasse perfettamente all’ interno della clessidra in ferro e tinti di marrone. Misurate, tagliate, forate e fatte alcune prove sono arrivato alla conclusione di quali tipologie di scaglie e rispettivamente che tipo di lavorazioni fossero necessarie per la formatura. Le lavorazioni per tutte le scaglie rettangolari si risolvono velocemente con l’uso di stampo e controstampo. Le scaglie triangolari dopo il primo passaggio di curvatura hanno bisogno di essere ribattute su uno spigolo per darle il bordo superiore “unghiato”. Le nocche possono essere formate su una piccola forma semisferica. In seguito ho assemblato le scaglie su strisce di cuoio opportunamente sagomate e predisposte al successivo passaggio di cucitura. Ho montato le dita sulla clessidra in ferro e pazientemente cucito il guanto. I passaggi finali sono stati il rivettare il guanto di cuoio alla clessidra e una sana asportazione della ruggine formatasi durante i lavori. Concludo dicendo che probabilmente l’unico grosso difetto è dovuto alla clessidra in ferro composta da due metà unite e non da un’ unico pezzo formato. In futuro cercherò di replicare anche tale pezzo di armatura ed eventualmente proverò a realizzare anche qualche variazione sul tema. I guanti sono stati inaugurati al Palio di S. Donato tenutosi a Cividale tenutosi il 22-23-24 agosto 2008. E in duello non mi sono reso conto di indossarli. Un risultato piuttosto soddisfacente
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Armatura a stecche

Il presente manufatto è un vero e proprio prototipo. Si trattava di realizzare una protezione per le braccia efficace ed economica per un fante leggero. Così la scelta è ricaduta su una tipica armatura a stecche del Tre-Quattrocento. Raffigurata spesso nei dipinti, qui c’è un esempio tratto dal reliquiario di S. Ursula dipinto da Hans Memling nel 1489 circa. L’ armatura a stecche è una protezione che viene allacciata all’ imbottita e segue il movimento del braccio in modo alquanto naturale. Per realizzarla sono partito con delle speculazioni sulle dimensioni e le forme in piano e ho cercato di dare i volumi ai vari pezzi con un processo di battitura a freddo. I principali utensili usati nella fase di formatura sono stati un martello a testa tonda, un piccolo ceppo di frassino con intagliato una forma a scodella e un profilo ad “U”, dapprima ho cercato di capire sezione per sezione che tipi di curvature erano necessarie e ho usato un pennarello indelebile per tracciare delle linee di riferimento sui pezzi. In seguito ho alternato fasi di battitura sul ceppo con fasi di battitura su incudine per uniformare progressivamente la superficie. Finita la fase di formatura per ogni pezzo ho provveduto a realizzare la cerniera dentro cui ho collocato gli anelli che giungono le parti: spalla-braccio-cubito-avanbraccio. Per la finitura ho usato delle carte vetrate progressivamente più fini e un pò di lubrificante, e con un pò d’olio di gomito, ho cercato di appianare i difetti di superfice. Complessivamente sono soddisfatto del risultato anche se il prototipo ha sofferto molto del martello non molto buono che ho adoperato. Il martello a testa semitonda che ho usato infatti ha una superfice di impatto imperfetta che ha ovviamente trasferito sul metallo tutte le imperfezioni del caso, dando al pezzo un’ aspetto puntinato che, nonostante gli sforzi per appianare, non è sparito del tutto. Ciononostante credo che il risultato sia interessante soprattutto perchè mi ha confermato che con relativamente pochi e semplici utensili si possono creare parti di buona fattura utili ai fini della rievocazione storica medievale.
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Luca in arme

Nel bel mezzo della ressa un uomo tende a cercare di spiccare per portamento oppure per semplice irruenza, ecco come un’elmo a muso di cane molto in uso nel 1300 possa ancora dare sfoggio della sua agressiva linea lasciandosi riflettere in un’assolata giornata di Giugno. L’armatura di ispirazione tedesca lascia intendere che ci sia stata una certa contaminazione italica tanto da preferire in alcune parti decorazioni tipicamente ornamentali più che funzionali, come parti di maglia sotto le ginocchiere messe solo per il gusto di far sentire la cadenza dei propri passi, in pratica un sonaglio. —————————————————————————————————————————————-
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