Il XIV secolo in filosofia

28/07/2006 0 Di Alvise

Lo scenario filosofico del XIV-XV secolo è uno scenario di grandi cambiamenti. In quella stessa Europa che per anni aveva riconosciuto il predominio della teologia sulla filosofia, inizia a crescere un desiderio di cambiamento e di evoluzione. È in questo terreno che iniziano ad installarsi i prodromi della riflessione umanistico-rinascimentale che però dovrà aspettare il 1400 inoltrato per essere considerata pienamente matura.

Non si può certo parlare di una vera e propria crisi della riflessione teologica. Bisogna piuttosto considerarla una crisi del sistema che fino al XIV secolo aveva retto tale riflessione: la scolastica. Scolastica è un termine difficile da inquadrare in quanto esso stesso, a sua volta, definisce una temperie culturale di vastissima portata, dai contenuti e dagli orientamenti estremamente vari.

La scolastica

Presentazione

Scolastico deriva dal greco antico scholazein che inizialmente significava “risparmiare tempo”. Già in Senofonte- però vi è l’utilizzo di scholazein con il significato di “dedicarsi” agli allievi o al maestro. Il termine giunse, attraverso i Romani, al mondo cristiano del IX secolo. È in questo periodo infatti che è attestato il primo utilizzo di doctores scholastici- con riferimento a coloro che insegnavano nelle scuole dei conventi o delle cattedrali. Interessante è notare che questo termine si riferiva indifferentemente agli insegnanti delle sette arti liberali- come a quelli di teologia. La scolastica comprende dunque, in senso lato, la maggior parte delle attività intellettuali, artistiche, filosofiche e teologiche del periodo medievale. Questo chiarisce perché ogni tentativo di definire la scolastica sarebbe destinato a fallire.
Ciononostante è possibile individuare alcune caratteristiche chiave che permettono di differenziare quella filosofia che è considerata scolastica dalla filosofia non scolastica. Fra la filosofia antica, che può essere considerata la filosofia di un popolo, e la filosofia moderna, più centrata sugli individui, sta la scolastica la cui caratteristica principale è di essere la filosofia di una società strettamente cristiana. Gli interessi della religione trascendevano nettamente l’interesse per la nazione, il popolo o l’individuo.
La tradizione filosofica su cui faceva perno la scolastica ruotava intorno ai grandi sistemi di Platone e Aristotele, filtrati dalla ormai secolare rilettura cristiana iniziata con S. Agostino. La religione aveva la supremazia sulla ragione. Il contenuto rivelato dell’insegnamento religioso era considerato la guida e la forma del ragionamento e dell’attività razionale. Questo significa che i problemi e i mezzi che erano “legittimamente” accessibili erano vagliati dalla teologia (la filosofia è ancilla theologiae).
La scolastica non è dunque una riflessione che procede ex novo ed indipendentemente. Si tratta di una corrente strettamente incardinata nel commento dei classici e dei testi sacri. Quello che viene ricercato non è la veritˆ quanto piuttosto la comprensione della verità già data.

Il metodo scolastico

La terminologia utilizzata per comunicare la parola rivelata era quella scientifica della Grecia antica. Il pensiero greco-antico era considerato una sorta di propedeutica al catechismo cristiano: la filosofia è direttamente e immediatamente subordinata alla teologia.
Data la natura sacra, esclusiva, rivelata e dunque indiscutibile della sapienza religiosa i pensatori cristiani non si sono soffermati tanto sui contenuti quanto sulla forma della filosofia greca.
Di conseguenza, fu principalmente la logica greca ad essere assunta in blocco dalla riflessione cristiana. In effetti, fino al XII secolo nelle scuole cristiane non vi era un insegnamento specifico della filosofia quanto piuttosto della logica, utile per strutturare il ragionamento teologico. In particolare vennero adottati la deduzione- e l’argomentazione sillogistica-. La scolastica, lo dice già il nome, nacque e visse per e nelle scuole. Il suo metodo era dunque incentrato su di un fine pedagogico.
Queste caratteristiche metodologiche generali permettono di comprendere meglio le seguenti componenti metodologiche sistematicamente applicate nelle scuole del periodo:
Disputatio: esame di un problema o di una dottrina prendendo in considerazione tutti i pro e i contra.
Lectio: al contrario della disputatio la lectio consisteva nel commento ad un testo.
Summae, commentari, e questioni: la produzione letteraria della scolastica consisteva principalmente nel raccogliere il pensiero antecedente e commentarlo. Si poteva trattare di classici della filosofia antica o brani della Bibbia o singoli problemi presentati in scritti antecedenti. Quodlibeta: raccolte delle questioni che gli aspiranti teologi dovevano discutere pubblicamente due volte all’anno.
Auctoritates e sententiae: nella speculazione scolastica venivano utilizzate a supporto delle proprie tesi le decisioni dei concili biblici e gli aforismi dei padri della Chiesa.

Breve storia della scolastica

Come tutte le filosofie anche la scolastica dovrebbe essere inquadrata non tanto attraverso le soluzioni che effettivamente trova ad un problema quanto piuttosto alla natura stessa del problema posto. Il problema dominante, che si può facilmente dedurre dalle precedenti considerazioni, è il problema del rapporto fra ragione e fede. Non è un problema unicamente speculativo. Le potenzialità razionali dell’uomo e dell’individuo sono messe in discussione di fronte ad una verità rivelata che supera tutto: essere umano, vita associativa, potere nazionale. Si tratta dunque di definire la matrice dell’ordine cosmico che regola la vita in generale del singolo e della società.
A seguito della cosiddetta rinascenza carolingia, che iniziò nel IX secolo e dell’impero degli Ottoni la società alto medievale si cristallizzò nel feudalesimo. Gli scambi commerciali diminuirono, i centri urbani persero importanza, l’economia rurale si chiuse in sé stessa e si stabilizzò su di un regime produttivo molto basso. Un tempo si era soliti indicare questi secoli con il nome di “Secoli Bui”.
In questo periodo, considerato come prescolastico, l’identità fra ragione e fede non è mai messa in discussione. Le principali idee che circolano sono, nonostante appartengano al 400, quelle di Sant’Agostino (morto 430) che costituì la struttura all’interno della quale si sviluppò tutta la scolastica.
Un’altra figura antecedente ma, ciononostante, molto importante per il periodo prescolastico è quella di Boezio (morto 525) i cui opuscola sacra gettarono le basi per il metodo scolastico. A questo periodo invece appartengono Giovanni Scoto Eriugena (morto 877), che introdusse le opere di Dionigi Areopagita, commentò gli opuscola sacra di Boezio e cercò, senza successo, di interessare i contemporanei alla filosofia della natura. Gerberto (morto 1003) introdusse notevoli innovazioni nel pensiero matematico, Fulberto di Chiaravalle (morto 1028) influenzò l’applicazione della dialettica alla teologia, Berengario di Tours (morto 1008) che, allievo di Fulberto cercò di razionalizzare la riflessione teologica. Contro di lui si schierò Pier Damiani (morto 1072), mentre Lanfranco (morto 1089) portò la riflessione su toni più moderati cercando, primo fra i prescolastici, di definire nettamente il confine fra fede e ragione.
La scolastica vera e propria si sviluppa dal XII secolo. In questo periodo i traffici commerciali e la produzione artistica iniziano a trovare nuovo vigore. La lotta per le autonomie comunali e la liberazione dal feudalesimo si fonda in una ritrovata fiducia dell’uomo in sé stesso e nel suo prossimo. L’individuo riscopre la possibilità di provvedere ai propri bisogni e di organizzare le proprie comunità indipendentemente dal potere centralizzato. La riflessione filosofica non rimane esente da questa ritrovata libertà. Sulla posizione di Lanfranco si inizia a cercare di trovare un confine fra fede e ragione che lasci un maggiore spazio all’individuo e alle sue scelte.
Fu Sant’Alselmo di Canterbury (morto 1109) il primo a cercare di ordinare e codificare le basi della scolastica. Sviluppò il concetto agostiniano di credo ut intelligam (credo per capire) per esprimere la relazione che intercorre fra mondo naturale e soprannaturale nonché il valore interpretativo e direttivo della fede sulla ragione. Con Guglielmo di Champeaux (morto 1121) e Roscellino (morto 1124) si venne a creare la prima distinzione fra concezione realistica e nominalistica del problema degli universali-.
Abelardo (morto 1142) propose una terza posizione, quella concettualistica- e proseguì il lavoro di Sant’Anselmo definendo una volta per tutte il metodo scolastico. Due furono le scuole che guidarono la riflessione del primo periodo scolastico: la scuola di Chartres e la scuola di San Vittore.
La prima, fondata da Fulberto di Chartres nel X secolo propendeva nettamente per il platonismo e appoggiava un intenso studio delle scienze naturali. Si ricordano fra i membri più notevoli della scuola Bernardo e Thierry di Chartres (morti risp. 1127 e 1150), Guglielmo di Conches (morto 1145) e Bernardo Silvestre (morto 1167). I più noti sono probabilmente Gilberto de la Porrée (morto 1154) e Giovanni di Saisbury (morto 1180). A quest’ultimo si devono le prime riflessioni in senso umanista.
In controtendenza rispetto alla scuola di Chartres vi era San Bernardo di Chiaravalle (morto 1153) primo fra i sostenitori di un movimento mistico contro la dialettica alla quale opponeva la contemplazione e la pratica. Dalla scuola di San Vittore (soprattutto Ugo e Riccardo di San Vittore morti risp. 1141 e 1173) venne un tentativo di sintesi delle due tendenze, alla ricerca di una prova a posteriori dell’esistenza di Dio.
Se Abelardo e Ugo di San Vittore fondarono il metodo scolastico, la forma letteraria della produzione scolastica fu stabilita da Roberto di Melun (morto 1167) e Pietro Lombardo (morto 1164): furono questi a dare forma alle Summae sententiarum.
L’età dell’oro della scolastica è normalmente identificata con il XIII secolo inoltrato. Furono probabilmente tre le concause principali che produssero una tale fioritura dell’interesse per la filosofia: la fondazione e l’organizzazione dell’Università di Parigi, la fondazione dell’ordine francescano e di quello domenicano.
Dopo l’importazione delle traduzioni di Aristotele pervenute all’occidente tramite l’arabo Averroè (1126-1198), i primi ad introdurre Aristotele nella filosofia scolastica furono Alessandro Neckam (morto 1217), Michele Scoto (morto 1234) e Roberto Grassatesta (morto 1253). Tutti e tre si sforzarono di introdurre lo studio delle scienze naturali nell’organizzazione scolastica. A Roberto Grassatesta dobbiamo la prima Summa philosophiae della scolastica. La scolastica si divise in due correnti: una corrente agostiniana ed una aristotelica. La prima fu fondata da Alessandro di Hales (morto 1245). Il rappresentate principale di questo gruppo è Bonaventura (morto 1247) che raccolse l’eredità del misticismo di Chartres. Fra i suoi discepoli vi fu il maestro di Duns Scoto, Guglielmo di Ware.
Fra gli aristotelici si crearono a loro volta due correnti. La prima cercava la conciliazione con la teoria di Sant’Agostino e i dogmi della Chiesa. Fu iniziata da Sant’Alberto Magno (morto 1280) ma fu il suo discepolo a riuscire nella sintesi con una chiarezza impareggiabile: San Tommaso d’Aquino (morto 1277). Dall’insegnamento di quest’ultimo nascerà ben presto quella corrente che è nota con il nome di tomismo.
Le seconda corrente è quella dell’averroismo latino. Questa nacque dal’interpretazione che Averroè diede di Aristotele. Di questo movimento fecero parte Sigeri di Brabante (morto 1282) e Boezio di Dacia. Si svilupperà nell’aristotelismo radicale che accompagnò il declino della scolastica nel secolo successivo.
Indipendente dai due è la corrente neoplatonica fondata da Ulrico di Strasburgo su testi di Alberto Magno. Si svilupperà poi nel misticismo speculativo di Maestro Echkart.
Degno di nota anche Ruggero Bacone la cui riflessione contribuì allo sviluppo dei metodi matematici e sperimentali. Il periodo di fioritura della scolastica si considera concluso alla morte di Giovanni Duns Scoto (morto 1308).

Il XIV secolo: la crisi della scolastica

Il periodo che interessa più da vicino il presente scritto è rappresentato dalla crisi del pensiero scolastico. Il motivo principale di questa crisi deve essere ricercato nell’introduzione di Aristotele nel pensiero cristiano. La filosofia di San Tommaso, infatti, si iniziava ad allontanare così radicalmente dal pensiero tradizionale che molti dei maestri all’inizio del XIV secolo iniziarono a riesaminare la filosofia cristiana alla luce di Aristotele. Questo originò uno spirito critico ed indipendente, corrodendo rapidamente il dogmatismo scolastico per preparare il terreno all’individualismo e all’umanesimo del periodo successivo. La scuola filosofica più degna di nota del periodo della crisi della scolastica è quella iniziata da Guglielmo di Ockham, a cui si deve, attraverso una rivisitazione del nominalismo dell’XI-XII secolo, la fondazione del pensiero moderno. A questa corrente di pensiero ci si riferisce normalmente con il nome di occamismo, nominalismo oppure, più raramente, terminalismo. Il pensiero di Ockham e seguaci era noto al tempo come la via moderna. A questa si contrapponeva la cosiddetta via antiqua, che, nel tentativo di conservare e recuperare la tradizione scolastica cristiana, si raccoglieva intorno a due grandi pensatori dei secoli precedenti: San Tommaso d’Aquino e Duns Scoto. L’insegnamento del primo diede vita al tomismo mentre la corrente di pensiero nata con Scoto viene chiamata scotismo. A questi tre grandi protagonisti della crisi della scolastica si possono aggiungere altre due correnti: l’aristotelismo radicale, ultima riedizione dell’averroismo latino e il misticismo speculativo iniziato da Maestro Eckhart che non in tutte le storie della filosofia è considerato indipendente dal tomismo.

Il tomismo

I maestri: Alberto Magno e San Tommaso d’Aquino (XII-XIII secolo)

Alberto Magno, appartenente alla famiglia dei conti di Bollstädt, nacque a Lavingen nel 1193 o nel 1206, a seconda delle fonti. Studiò a Padova e nel 1223 entrò nell’ordine domenicano per il quale insegnò in vari conventi, nonostante pare non avesse seguito nessuno studio regolare. Fra il 1228 e il 1245 insegnò a Parigi, dove ebbe come allievo Tommaso d’Aquino. Nel 1248 entrambi si spostarono all’Università di Colonia. Dopo essere stato padre provinciale dei domenicani, Alberto Magno divenne vescovo di Ratisbona. Tornò in seguito a Colonia e qui morì nel 1280.La vastissima opera di Alberto Magno ricalca fedelmente la sistemazione dell’opera aristotelica di cui egli vuole essere un semplice portavoce.

Alberto, sulla falsariga di Aristotele divise la propria opera in filosofia razionale o logica, filosofia reale (concernente ciò che non è opera umana) e filosofia morale (concernente le azioni umane). La seconda è ulteriormente divisa in fisica, matematica e metafisica.

Al di fuori di questa sistemazione produsse numerosi scritti teologici (commentario alle Sentenze di Pietro Lombardo, Summa de creaturis, Summa theologiae, commentario allo Pseudo-Dionigi, commentario al Vecchio e Nuovo testamento). Inoltre è importante citare uno scritto contro la dottrina averroistica: De unitate intellectus. Alberto Magno – negli ultimi vent’anni della sua vita – compose un commentario aristotelico che si può considerare una vera e propria parafrasi dell’opera di Aristotele, arricchita a volte da commenti e digressioni.

La comparsa dell’aristotelismo nell’occidente scolastico si deve alla mediazione della filosofia araba di Avicenna e Averroé. In principio l’aristotelismo venne accolto dalla tradizione con una forte avversità. Le autorità ecclesiastiche ribadirono spesso la condanna alla dottrina aristotelica e si rifugiarono nella cristallizzazione dell’insegnamento di Sant’Agostino.

Fu con Alberto Magno che l’aristotelismo iniziò ad essere accolto dalla riflessione cristiana innescando quella rilettura della tradizione che porterà all’inevitabile crisi della scolastica. Ciononostante l’opera di Alberto Magno è incompleta. La lettura che questi fece di Aristotele è confusa e priva di verifiche storiche. Alberto Magno non fu in grado di distinguere il pensiero del maestro da quello dei suoi interpreti arabi e commise numerosi errori di collocazione storica (annoverava Pitagora fra gli Stoici, considerava Socrate macedone,…).

Ma la pecca più grande del suo pensiero fu probabilmente il mancato distacco dalla dottrina neo-platonica agostiniana, mancanza questa che rese l’aristotelismo di Albero spurio e poco consistenteIl pensiero di Alberto Magno è caratterizzato da una originale e netta distinzione fra filosofia e teologia. Alla prima compete la ricerca fisica, ovvero concernente la natura. Questa procede per sillogismi e ragioni mentre la teologia ha come sostrato gnoseologico non tanto la ragione quanto la fede: il suo intento è piuttosto quello di orientare la ricerca morale e l’etica. La fede non deve però andare a contaminare lo studio filosofico: questo la snaturerebbe trasfigurandla da guida necessaria all’azione umana a generica credulità.Ma filosofia e teologia stringono anche una preziosa alleanza: l’esistenza di Dio può e deve essere dimostrata e che tale dimostrazione deve prendere le mosse dall’esperienza; non può pertanto essere una dimostrazione a priori. Rielaborando le prove cosmologiche scolastiche, Alberto Magno giunge ad affermare che Dio è quell’essere necessario che ha creato il mondo in un atto di libera volontà: il mondo è dunque contingente e direttamente dipendente dalla volontà di Dio.

Questi, al contrario, è nella sua totalità indipendente dall’esistenza del mondo ma non solo: se la misura di Dio è l’eternità, la misura del mondo e dell’uomo non può essere che la durata. Ciononostante l’inizio del mondo per creazione non è una proposizione fisica ed è indimostrabile.Seguendo la strada inaugurata dal realismo platonico, Alberto Magno sostiene che le forme eterne di tutte le cose sono contenute nella mente di Dio e sono pertanto degli universali la cui esistenza è unicamente intellettuale. Nella realtà l’universale è indissolubilmente fuso con la materia delle singole cose e ne rappresenta la quiddità, ovvero l’essenza sostanziale.

Da questa si distingue il quod est, sostrato materiale o soggetto dell’essenza. Riprendendo la dottrina agostiniana e stoica della inchoatio formarum Alberto Magno sostiene che l’essenza universale viene infusa nel quod est tramite un atto di perfezione di Dio ovvero l’atto di libera volontà della creazione.Anche l’antropologia di Alberto Magno è strutturata secondo il quo e il quod est: l’anima è la forma sostanziale che conduce il corpo in primo luogo all’atto di essere e in secondo luogo all’atto di agire. L’intelletto agente risiede dunque nell’essenza dell’anima, mentre l’intelletto possibile – l’esistenza dell’intelletto, ovvero la potenza – risiede nell’esistenza dell’anima.

Di conseguenza, il principio di individuazione dell’intelletto è l’intelletto possibile che “individualizza” la forma universale dell’intelletto agente. La connessione fra queste due forme di intelletto è l’intelletto formale che Alberto Magno distingue, a seconda dell’oggetto che investe, in intelletto semplice (concettuale) e composto. È quest’ultima la facoltà attraverso la quale l’anima può realizzare la congiunzione perfetta con Dio: attraverso l’intelletto composto (speculativo quando ha per oggetto i primi principi, pratico quando ha per oggetto l’azione ed il bene) non vi è più distinzione fra atto d’intendere e cosa intesa.

Tommaso d’Aquino nacque a Roccasecca (fra Lazio e Campania) nel 1225. Dopo aver ricevuto l’educazione primaria nel monastero benedettino di Montecassino, entrò nell’ordine domenicano e studiò a Parigi, dove incontrò il maestro Alberto Magno. Qui divenne maestro di teologia nel 1256, dopo che il papa ebbe deciso in favore degli ordini mendicanti nella disputa che si venne a creare fra questi e i maestri secolari. Si recò nel 1259 a Roma, dove fu incaricato di coordinare gli studi dell’ordine domenicano. Dieci anni dopo tornò a Parigi per sostenere ulteriori lotte con i maestri secolari. Nel 1272 tornò in Italia e insegnò all’Università di Napoli.

Morì presso Terracina nel 1274 e nel 1323 fu canonizzato.Tommaso scrisse le sue opere più importanti fra il 1259 e il 1272: un Commentario ad Aristotele, un Commentario al Liber de causis ma soprattutto la Summa de veritate fidei catholicae contra Gentile e la Summa theologiae (incompleta).Alberto Magno fallì laddove Tommaso ebbe successo: grazie ad una fedele lettura dei testi aristotelici l’allievo superò il maestro. Non solo Tommaso riuscì a rendere conto con precisione dell’aristotelismo: egli ne fece uno strumento della fede, attraverso delle acute riforme applicate sempre con rigorosa logica.Il merito maggiore di Tommaso fu la definitiva distinzione fra ragione e fede che egli dotò entrambe di un campo di applicazione e di una dignità particolari. La filosofia, infatti, si basa sull’esperienza, sulla sensibilità e fonda le proprie conoscenze naturali attraverso la ragione. Non per questo il suo valore di verità è trascurabile: la ragione è necessaria a dimostrare i preambula (verità preliminari alla fede, come l’immortalità dell’anima) e a difendere i precetti della fede e i misteri rivelati dalle possibili obiezioni. La teologia, al contrario si fonda sulla rivelazione e tratta di verità che non sono dimostrabili ma che devono essere accolte tramite la fede: si tratta per esempio del mistero della Trinità.

Ragione e fede entrano con Tommaso in un rapporto armonico che permette ad entrambe di conservare la propria autonomia e dignità.Attraverso la ragione, per esempio, è possibile dimostrare l’esistenza di Dio. Tommaso enumera cinque vie che permettono dall’esperienza di giungere alla sfera del divino (esposte compiutamente nella Summa Theologiae): la prima, desunta dalla Fisica di Aristotele parte dal presupposto che nulla è mosso se non da altro. Non è possibile procedere all’infinito è necessario, dunque, identificare un primo motore immobile: Dio. Lo stesso vale per la causa: nell’ordine delle cause efficienti non si può risalire all’infinito, ci deve quindi essere una causa prima. Tutto ciò che è possibile inoltre deriva da ciò che è necessario e anche in questo caso, per evitare l’infinito, bisogna trovare qualcosa che abbia necessità solo in sé stessa. La quarta prova è quella dei gradi: se nelle cose si trovano gradi di perfezione è necessario che esista un grado massimo di verità, di bene e di perfezione: tale grado è Dio.

L’ultima prova dell’esistenza di Dio è che tutte le cose naturali paiono dirette a un fine e che questo deve essere governato da un essere dotato di intelligenza superiore che possa ordinare tutto per il meglio.La conoscenza, regolata dalla ragione, è per Tommaso un processo di astrazione: seguendo Aristotele egli afferma che nell’anima sono presenti tutte le cose, ma non in sé, quanto nella loro forma (eidos). L’intelletto è dunque ricezione delle forme intelligibili attraverso il processo di astrazione: cognitum est in cognoscente per modum cognoscentis (l’oggetto conosciuto è nel soggetto conoscente in conformità della natura del soggetto conoscente). Nonostante l’atto del conoscere sia dunque l’astrazione della forma dalla materia individuale, Tommaso introduce nel rapporto fra queste un’innovazione molto importante rispetto alla teoria Aristotelica: forma e materia non sono più potenza ed atto della stessa cosa in sé – non si da infatti materia che non abbia forma o forma senza materia. La distinzione fondamentale fra potenza ed atto slitta dunque in un ambito in cui forma e materia sono interconnesse: la potenza è l’essenza, mentre l’atto è l’esistenza.

L’essenza racchiude in se la quiddità della cosa, che include sia forma che materia, l’esistenza è il passaggio all’atto dell’esistenza – passaggio per il quale è necessario l’intervento creativo divino.La discriminazione fra l’essere del creatore – ovvero Dio – e l’essere del creato non è più per Tommaso una differenza incommensurabile, ma non rappresenta nemmeno un’unità di essere. Essere di Dio ed essere dell’uomo non sono né identici né equivoci: sono analoghi. L’analogia dell’essere è annoverata fra le teorie tomistiche più importanti. Tommaso, infatti, è il primo a sviluppare un rapporto così complesso fra Dio e il creato. Quest’ultimo è simile a Dio ma questi non è simile al creato, Dio è l’essere per essenza, il creato è solo in quanto partecipa, per analogia, all’essere divino.

L’essere non è dunque unico, ma non è nemmeno molteplice: la sua definizione non è più in gioco in campo quantitativo, l’essere è definito tramite una relazione.Tornando alla teoria della conoscenza, Tommaso identifica intelletto e anima umana: decade la distinzione aristotelica fra anima vegetativa, animale ed intellettiva. Oggetto proprio e diretto dell’intelletto è l’universale; la cosa particolare – il cui principio di individuazione risiede nella materia segnata, ovvero nella materia determinata da particolari dimensioni e proporzioni – è conosciuta solo come riflesso dell’universale inscritto nel particolare. La facoltà tramite la quale si conosce tale riflesso è detta intelletto agente, e la verità nella percezione è definita come adeguazione dell’intelletto alla cosa stessa. Per quanto riguarda l’anima, essa è immortale e ne è traccia il suo stesso desiderio di esistere: l’intelletto desidera naturalmente essere sempre e un desiderio naturale non può essere vano. L’unione fra corpo ed anima, fra materia e forma, è talmente forte che l’anima sopravvive al corpo mantenendo la sua individualità e singolarità, al fine di recuperarla con la resurrezione dei corpi nel giorno del giudizio.Originali sono anche le considerazioni etiche, politiche ed estetiche di Tommaso. Essendo il bene assoluto, ovvero Dio, invisibile nella vita sensibile, l’uomo è in possesso di un totale libero arbitrio. Ciononostante Dio è onnisciente: la prescienza divina è certa ed infallibile e si traduce nella dottrina della predestinazione. Ma anche se totale la prescienza e la predestinazione non limitano il libero arbitrio: il loro oggetto proprio è infatti il futuro contingente e non necessario. Con questa teoria Tommaso instaura una profonda dialettica nel rapporto fra contingenza, necessità, libertà e predestinazione, inedita al suo tempo.

Per quanto riguarda il male egli aderisce alla dottrina platonica della non-sostanzialità: il male è unicamente assenza di bene. Dal punto di vista politico Tommaso sostiene che esistono tre gradi di leggi che governano l’essere umano: la legge eterna, che esiste solo nella mente divina, la legge di natura che è partecipazione della legge divina – ed esiste negli uomini – e quella umana che è pura convenzione sociale degli esseri creati.Per quanto riguarda invece l’estetica Tommaso eleva il bello ad aspetto del bene. Il bello però, al contrario del bene, è in diretto rapporto con la facoltà conoscitiva, non instaura infatti una relazione di piacere con l’oggetto ma con la sua apprensione attraverso i sensi di maggior valore conoscitivo: la vista e l’udito. Le condizioni fondamentali della bellezza sono la perfezione, la congruenza delle parti e la chiarezza. Tali condizioni si applicano anche a ciò che è bene: non è solo un quadro che può essere perfetto, congruo e chiaro, ma anche una virtù. La mimesi artistica, dal canto suo, si dice bella – coerentemente con il concetto di verità come adeguazione – se rappresenta alla perfezione il proprio oggetto.

Il tomismo nel XIV secolo

Fra i seguaci della filosofia di Tommaso non si possono certo annoverare figure di spicco nel secolo successivo alla morte del maestro. Il dibattito che investì il secolo conclusivo della scolastica, il dibattito fra gli antiqui ed i moderni, vide come protagonisti principali della via antiqua gli scotisti, rappresentati dall’ordine Francescano e raccolti intorno al maestro Duns Scoto. Ciò non toglie che il tomismo partecipò – anche se non incarnato in figure di spicco – a questo dibattito: gli antiqui erano infatti concordi, contro i moderni, ovvero i seguaci di Ockham, nel dotare di esistenza reale le essenze e gli universali. Come si vedrà sarà proprio su questo concetto che si incardinerà la svolta filosofica del nominalismo/occamismo.Il XIV secolo, per quanto riguarda la filosofia di Tommaso d’Aquino, è da considerarsi come l’inizio del cosiddetto “primo tomismo”.

La corrente di pensiero fedele a Tommaso nacque dall’opposizione dell’ordine dei Predicatori alla condanna che Stefano Tempier, vescovo di Parigi, vibrò nel 1277 contro le tesi tomistiche di ispirazione averroistica. Fra il 1286 ed il 1315 si susseguirono numerosi Capitoli generali che richiamavrono al rispetto della teoria tomistica e ne promuossero lo studio. Finalmente nel 1315 l’Aquinate fu nominato maestro universale e nel 1323 venne canonizzato con conseguente revoca della condanna del vescovo Tempier. Il primo tomismo si può dividere in tre gruppi geografici. In Inghilterra si possono annoverare le personalità di Guglielmo di Hothum e Roberto di Oxford. In Francia Giovanni Quidort ed Egidio Lessines, nonché Bernardo di Treille, allievo diretto di Tommaso e considerato fondatore della scuola tomista e il vescovo di Clermont, Bernardo d’Auvergne. Il tomismo trovò terreno più fertile in Italia dove Reginaldo di Piperno, docente a Napoli, e Annibaldo degli Annibaldi, entrambi amici di Tommaso, completarono alcune delle opere del maestro. Proseguì con la promozione del tomismo Ramberto de’ Primadizzi di Bologna, morto all’inizio del XIV secolo, a cui si deve una strenua difesa dell’Aquinate soprattutto contro Guglielmo de la Mare. Giovanni di Napoli, morto nel 1350, promosse la canonizzazione di Tommaso, ciononostante dimostrò una certa indipendenza di pensiero sostenendo che il principio di individuazione è l’entità reale totale della cosa e che la schiavitù è giustificata dalla naturale ineguaglianza fra gli uomini.

Fra i primi tomisti si annoverano anche alcune figure il cui pensiero è sfocato e non precisamente identificabile con una scuola, come per esempio Nicola di Strasburgo che subì un forte influsso da parte di Maestro Eckhart ed Enrico di Lubecca, molto interessato alle questioni della fisica; entrambi vissero nella prima metà del XIV secolo.