Sangue sui prati della Richinvelda

Bertrando di Saint Geniès (XIV sec.)

Tratto da Adriano del Fabbro, Criminali, sommosse e delitti del Friuli, 2000, ed. Demetra

I patriarchi d’Aquileia erano vescovi che impugnavano, indifferentemente,il pastorale e la spada. Al pari dei crociati e degli affiliati ai numerosi ordini cavallereschi nati attorno all’anno Mille, erano figli del forte connubio esistente nel Medioevo tra il potere spirituale e quello temporale della Chiesa. Il Friuli, insomma, dalla caduta dei Longobardi alla conquista veneziana, fu uno stato teocratico e i patriarchi che lo governavano, principi del Sacro Romano Impero, vivevano impastati nella quotidianità storica del loro tempo. Non fece eccezione quella tempra d’uomo che fu Bertrando di Saint Geniès.

Figlio di una famiglia di buon ceppo feudale, Bertrando nacque nel meridione della Francia, nella provincia del Quercy (la stessa da cui proveniva papa Giovanni XXII), in un anno imprecisato tra il 1260 e il 1270 (gli storici non sono tutti concordi). Docente di diritto all’università di Tolosa, quando divenne patriarca era cappellano papale, auditore del Palazzo Apostolico e decano della cattedrale d’Angouleme. Assiduo frequentatore della corte pontificia che, in quegli anni, era insediata ad Avignone, godeva della fiducia personale del pontefice, per conto del quale aveva svolto molte azioni diplomatiche tese a sbloccare difficili situazioni politiche. Nel 1320 si era recato a Firenze e a Pistoia, dove era tornato nel 1328; nel 1333 era stato a Roma e poi a Napoli.

Il 4 luglio 1334, Giovanni XXII elesse Bertrando a patriarca d’Aquileia in sostituzione di Pagano della Torre, morto il 19 dicembre 1332. Con questa nomina il papa non solo voleva ricompensare il suo fido e capace conterraneo, ma dimostrava di aver ben presente quale ardua missione si sarebbe trovato di fronte il nuovo patriarca a causa delle condizioni interne del Friuli. “Ogni castello, ogni borgo, ogni terra veniva quasi giornalmente bagnata dal sangue, che le ire cittadine a larga vena facevano versare” (Giovanni Domenico Ceschia, 1887). Bertrando, che aveva già superato i sessant’anni, il 28 ottobre del 1334 fece il suo solenne ingresso nella basilica d’Aquileia, dopo essere stato acclamato, alcuni giorni prima, dal popolo di Udine. In quel periodo, i castellani friulani erano quanto mai turbolenti. Divisi tra loro, sempre in armi per un nonnulla, spesso dediti a soprusi, altalenanti nelle alleanze, erano quanto di più distante si potesse immaginare dalla mentalità del nuovo vescovo, uomo d’ordine e di indiscussa fedeltà verso la Chiesa e il suo pontefice. Proprio queste furono le linee guida del suo Patriarcato, che lo portarono alla morte violenta, all’onore degli altari e all’iscrizione indelebile nella memoria del popolo friulano. Qui ci interessa approfondire il primo aspetto. Che Bertrando avesse il pallino dell’ordine, del rispetto della legge e dell’autorità sovrana, Lo si capì fin dalla prima riunione del Parlamento friulano, che egli convocò il 4 luglio del 1335. In quell’occasione, il patriarca stabilì che l’organizzazione militare del Friuli fosse ristrutturata e conseguentemente divise il territorio in cinque “quintieri”: quello di Cividale fu assegnato a Filippo de Portis, quello di Aquileia a Nicolò di Castello, quello di Udine toccò a Federico di Savorgnano, quello di Gemona e della Carnia ad Artico di Prampero e quello della destra Tagliamento a Pregonea di Spilimbergo. Si decise anche di agire immediatamente contro una banda di briganti che si annidava nelle selve del Torre, in località San Gottardo, sulla strada che da Udine conduce a Cividale. Gli artigli dell’ aquila patriarcale scesero rapidi sulla banda, che fu combattuta con fermezza e, in poco tempo, sterminata.

Riportare l’ordine, secondo Bertrando, significava agire tempestivamente nei fatti, e con giustizia. Così, verso chiunque, nobili e feudatari compresi, la legge e la forza patriarcale dovevano intervenire per sanzionare i torti e premiare la fedeltà e le buone azioni indirizzate alla difesa dello Stato e, in ultima analisi, all’interesse del papato. Pur non rinunciando il patriarca all’uso della diplomazia, di cui era campione, la sua spada era spesso insanguinata poiché, a motivo della sua tempra solida e per la necessità di incitare i propri partigiani e servitori, ripetutamente si presentò negli accampamenti degli eserciti in lotta. Aveva guidato personalmente l’assalto a Venzone e al castello di Braulins nel 1336, l’assedio a quello di Gorizia nel Natale del 1340 e a quelli di Pinzano e Villalta nel 1344.

Nel 1335, nella conquista di Sacile, contesa a Rizzardo da Camino, Bertrando aveva condotto vittoriosamente l’esercito patriarcale che, nella vicina Cavolano, aveva raso al suolo il paese, massacrandone tutti gli abitanti. A seguito di questo genocidio, il tribunale pontificio di Venezia scomunicò il vescovo francese che aveva consentito la carneficina. “Si fa la guerra per avere la pace”, affermava Sant’Agostino, e anche Bertrando ne era, probabilmente, convinto. Ma, a ogni punizione, la schiera dei nemici si ingrossava e, per fargliela pagare, non esitava ad allearsi con qualche potente vicino che potesse risultare utile allo scopo. Determinante fu lo stillicidio di provocazioni armate ripetutamente sferrate dal confinante conte di Gorizia contro il Patriarcato, le sue terre e le sue genti.

Una delle famiglie più gratificate dal governo di Bertrando fu quella dei Savorgnano: non senza merito, sottolineano gli storici. Anche la città di Udine godette della predilezione del patriarca, mentre Cividale perdette, man mano, parte della centralità ottenuta nei secoli passati, e, in qualche modo, si autoemarginò. Nelle dispute tra i nobili Della Torre (imparentati con il predecessore di Bertrando) e Di Savorgnano, le città di Cividale e Udine vennero inevitabilmente coinvolte. Proprio per tutelare, a loro dire, i diritti del concittadino Ermacora della Torre, i cividalesi dichiararono guerra a Udine nell’ottobre del 1346.

Per il patriarca fu l’inizio della fine. La guerra tra le due fazioni portò con sé, come sempre, innumerevoli saccheggi, incendi e distruzioni, perpetrati ai danni dei villaggi dalle varie schiere di miliziani mercenari che ingrossavano gli eserciti del tempo. Nel novembre dello stesso anno, poi, i cividalesi ebbero la bella idea di chiamare in loro soccorso i conti di Gorizia, Enrico e Mainardo, che non aspettavano altro. Nell’agosto del 1348 ecco poi scoppiare, sempre a Cividale, una rivolta contro il patriarca che, in quei giorni, dimorava in città. Alcuni partigiani del capitano Filippo de Portis, fiancheggiati da un certo numero di villici armati, assaltarono il palazzo dove risiedeva Bertrando, sparsero il terrore in città e uccisero un mercante. Il patriarca fuggì guadando il Natisone e i congiurati cividalesi furono scomunicati. Nel 1349, entrato in pieno nel conflitto, il conte goriziano spinse l’acceleratore della guerra. Avanzando verso il cuore del Friuli conquistò Tricesimo, Fagagna, San Daniele, Buia e Gemona.

Così, attorno al feudatario vittorioso, si consolidò la coalizione antipatriarcale formata, oltre che dai cividalesi, dai pordenonesi, dai portogruaresi, dai signori di Prata e di Brugnera, da Bianchino da Porcia, Walterpertoldo ed Enrico di Spilimbergo, Giovanni di Villalta, i Di Castello, i Torriani di Castellutto, Walterpertoldo e Detalmo di Pers, i signori di Soffumbergo, quelli di Castelpagano, una parte dei Di Prampero, alcuni dei signori di Colloredo e di Moruzzo, i Caporiacco, Simone di Valvasone, Bello di Savorgnano, Rodolfo d’Arcano, Rizzardo di Varmo e molti altri. Con il patriarca stavano, oltre agli udinesi e ai Di Savorgnano: i signori di Cuccagna, Attems e Strassoldo, alcuni Di Moruzzo, Di Maniago e Della Frattina, una parte dei signori di Colloredo e Mels, di Partistagno e Guglielmo di Prata. Quanto ai comuni parlamentari, erano schierati con Bertrando: Sacile, Tolmezzo, Aquileia e Monfalcone. Il primo maggio del 1350, il conte Mainardo di Gorizia venne a Cividale dove tenne una riunione con i suoi partigiani. Erano presenti i nobili Di Castello, i signori di Spilimbergo, Villalta, Castellerio e Valvasone, alcuni Di Colloredo e Di Prampero, il figlio di Bello di Savorgnano, un Laurenzaga e un D’Arcano. Costoro nominarono alcuni consiglieri del conte di Gorizia; fra gli eletti vi fu Bianchino di Porcia, sebbene assente dall’incontro. Insomma, pur avendo agito con tempestività e fermezza, Bertrando non era riuscito, durante gli anni di reggenza del Patriarcato, nel suo intento principale: ristabilire l’ordine e la legalità, facendo cessare le faide interne e le attività brigantesche, ampiamente documentate, dei feudatari friulani.

La guerra, intanto, continuava con alterne vicende. I patriarcali avevano ripreso Flambro, San Daniele, Moruzzo, Pers, Arcano, Susans e Buia, ma Bianchino da Porcia, con l’aiuto degli Spilimbergo, aveva preso il castello di Torre, vicino a Pordenone. Nei primi giorni di maggio, Bertrando si era recato a Padova per un incontro sinodale a cui partecipava anche il legato pontificio Guy de Boulogne. Rientrando in Friuli, il 5 giugno del 1350, ormai ultraottantenne ma con tutto il suo fiero temperamento ancora intatto, si era fermato a Sacile, cittadina governata dal fido Ettore di Savorgnano. Proseguire il viaggio verso Udine in piena guerra, dovendo attraversare alcuni territori posseduti dai nemici giurati del patriarca, a molti della scorta non parve una buona idea, ma Bertrando non volle sentire ragioni. Da Sacile si diresse a nord di Pordenone per superare il Tagliamento attraverso il guado di Sant’Odorico. Nella zona della Richinvelda, gran parte della sua scorta, formata da circa duecento uomini, si disperse per i villaggi circostanti, saccheggiandoli. Una buona occasione per gli Spilimbergo e i loro accoliti antipatriarcali per un colpo di mano. Era notte, ci fu un violento combattimento sui prati e fra gli alberi. Nella mischia, tra spade e lance, armature e cimieri, il patriarca venne disarcionato dal cavallo, più volte trafitto con il suo stesso spadone e ucciso. Una cronaca narra che, per estremo spregio all’autorità patriarcale, il corpo senza vita di Bertrando fu caricato su un carro agricolo e accompagnato fino a Udine da due prostitute. Un’altra afferma che fu un uomo di Spilimbergo a trasportare il cadavere avvolto in un lenzuolo di lino. In città arrivò il giorno successivo. Venne sepolto nel duomo di Udine e la cerimonia si svolse con grande solennità e in mezzo al dolore di tutto il popolo.

A chi appartenesse la mano assassina che colpì Bertrando, non si sa esattamente. Alcuni storici menzionano un membro del casato dei Villalta (forse Nicolussio o Francesco), oppure Federico de Portis il quale, si disse, confessò il delitto (sotto tortura), o, ancora, qualche altro cividalese. Di certo sappiamo che, in seguito alla scoperta di una congiura che sarebbe stata ordita nei suoi confronti, il successore di Bertrando, il patriarca Nicolò di Lussemburgo, approfittò per vendicare duramente anche la morte del suo predecessore. Del resto, come ha scritto il canonico Foschia, «la vendetta talora si differisce, ma non si nega mai».

Così, nel 1351 Nicolò fece giustiziare Giovanni Francesco di Castello. Vestito di nero, prima gli furono rasati i capelli, poi gli fu tagliata la testa che, infilzata su una lancia, venne portata in giro per Udine e infine appesa sulla porta attraverso la quale si passava per salire al castello. A pochi giorni di distanza, anche Rizzardo di Varmo, Ermanno, Ropretto ed Enrico di Carnia furono decapitati. Nel 1352, Simone di Castellerio fu decollato ed Enrico di Soffumbergo impiccato. «Il primo giugno dell’anno 1353, Federico de Portis fu condotto attraverso la terra di Udine sopra un carro, mentre veniva torturato in tutte le membra. Venne poi legato a due cavalli e diviso in quattro parti. La testa fu posta su una lancia al di sopra di una berlina. Ciascuna delle quattro parti venne poi posta sulle quattro porte di Udine ed infine le quattro parti furono sistemate su altrettante forche». Non lesina qui i dettagli del macello il redattore del “Chronicon Spilimbergense”. L’ esemplare repressione non servì a costruire una diga al fiume di sangue che scorreva sul Friuli. Anzi, esso si alimentò e si divise in mille altri rivoli. I due ufficiali toscani incaricati di allestire i vari processi dal patriarca Nicolò, Pietro di Malapresa e Giacomo Maroello, nell’agosto del 1355, furono massacrati a furor di popolo l’uno a Cividale e l’altro a Udine. I fratelli De Portis, sempre a Cividale, assassinarono Pietro d’Avanciis, nominato capitano di quella città da Nicolò di Lussemburgo.

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