Assalto al cadavere del Patriarca

05/02/2008 0 Di Giorgio Fonda

Pagano della Torre (XIV sec.)

Tratto da Adriano del Fabbro, Criminali, sommosse e delitti del Friuli, 2000, ed. Demetra

Pagano della Torre fu il terzo membro della casata dei Torriani, signori di Milano, a salire sulla cattedra d’Aquileia. Il primo era suo zio Raimondo, il secondo suo nipote Gastone; quarto e ultimo sarà Ludovico.

Il papa aveva affidato a Pagano l’amministrazione del Patriarcato nel 1318, ma solo l’anno successivo lo nominò patriarca d’Aquileia. Passate poche settimane dal suo insediamento, dovette subito intervenire per risolvere una grossa grana. Sotto la loggia del centro di Udine era scoppiata una rissa tra alcuni membri delle famiglie Di Savorgnano e Degli Indriotti. Ci furono molti feriti, fra cui lo stesso Ettore di Savorgnano; Ermoliano e Dainesio degli Indriotti, invece, furono uccisi. Saputa la cosa, il patriarca, lasciò immediatamente Cividale, dove risiedeva, e partì alla volta di Udine. Con l’aiuto dei cividalesi che lo accompagnavano, il filosavorgnano Pagano colpì con ferocia gli esponenti della fazione loro avversa. Fece catturare una trentina di persone che avevano partecipato alla rissa finita male, le condannò a morte e lasciò che le loro case fossero saccheggiate dal popolo.

Ritornato per alcuni anni in Lombardia a difendere gli interessi dei parenti, Pagano si stabilì definitivamente a Udine nel 1327. La sua azione politica, congiunta a quella della contessa di Gorizia, Beatrice di Baviera, viene giudicata positivamente dai più. Amico e protettore di Dante Alighieri, egli si adoperò, in particolare, per consolidare gli istituti parlamentari friulani e per potenziare la città di Udine quale capitale della regione.

Tutto ciò non gli fu sufficiente per evitare l’estremo spregio alle sue spoglie. Dopo una penosa malattia, “dimagrito e cadaverico”, immobilizzato a letto e senza possibilità di parlare, Pagano morì nel castello di Udine la notte tra il 18 e il 19 dicembre del 1332. Appena il patriarca ebbe esalato l’ultimo respiro, i funzionari ministeriali presero immediatamente in consegna le cose del defunto e ne ruppero i sigilli. Il pover’uomo era stato assistito con poca cura e, al suo capezzale, non erano presenti che “pochi famigli”.

La salma venne lasciata esposta per un paio di giorni alle visite e alle preghiere del popolo. Composto poi il feretro, venne imbastito un pomposo convoglio funebre, formato da sacerdoti e scudieri, per traslare il corpo senza vita del patriarca fino alla basilica di Aquileia. La strada, che scendeva a sud lungo la bassa pianura friulana, attraversava boscaglie e paludi. A un tratto, durante il tragitto (non sappiamo esattamente dove, ma prevedibilmente alcuni chilometri a nord di Aquileia, in una zona particolarmente selvaggia), “Azzolino già conduttore di Pagano, et molti altri, di fiera, et inumana natura con una scelerità inespiabile assalirono coll’arme i sacerdoti, et i scudieri, rapirono i cavalli, i libri, et i lumi, et finalmente per saziar l’ingordigia insaziabile”, scrive lo storico cinquecentesco Marcantonio Nicoletti, aprirono la cassa del morto prelevando tutte le cose preziose e i soldi; presero quindi il cadavere del patriarca e fuggirono. La comitiva funebre non fu in grado di reagire in alcun modo, talmente tanta era stata la sorpresa e l’ardire sacrilego dei banditi e “ristassi mirabilmente confusa”.

Rinvenuti dallo spavento, i partecipanti alle esequie si misero alla ricerca del corpo del patriarca, che altrimenti sarebbe rimasto facile preda degli animali selvatici. Dopo poco, alcuni contadini ritrovarono il cadavere nudo del prelato abbandonato sulla strada, circa un miglio più avanti rispetto al luogo dove si era svolto l’assalto. Lo ricomposero e lo condussero finalmente in Aquileia, dove “nella cappella di Santo Ambrogio della santa Chiesa, con pompose et solenni esequie fu sepolto appresso le ossa di Raimondo patriarca”.

Il Nicoletti commenta la vicenda in questo modo: “Così allora mancato Pagano, parmi, che mancata è la gratitudine e la riverenza delle leggi, e il religioso et natural rispetto verso i morti”.