Femmine guerriere

28/10/2007 2 Di Marianna Orsi

Introduzione.

L’epica: storia del genere e dei suoi topoi.

In quanto genere fondante dell’intera letteratura occidentale l’ epos da sempre è stato investito del massimo grado di dignità letteraria; stile sublime e un corredo di convenzioni retoriche lo hanno accompagnato con notevole stabilità lungo il suo sviluppo storico. Tipicamente lunga ed elaborata, fatta di sequenze episodica, con inizio in medias res , la narrazione epica impiega una ristretta gamma di tecniche poetiche: l’invocazione alla Musa o altra figura soprannaturale, la similitudine prolungata, le formule fisse eredi della fase arcaica di oralità.

Temi onnipresenti sono: il concilio degli dei, il catalogo dei guerrieri, la discesa al mondo dei morti, i sogni profetici, le digressioni su armi prestigiosamente forgiate, sacrifici e altri rituali religiosi. Tratti narrativi fissi sono anche scontri di eserciti e duelli di eroi, resoconti di giochi e tornei, relazioni di favolose avventure e, naturalmente, la storia, perlopiù con esito tragico di una vergine guerriera. La figura della bellatrix virgo che, rifiutando i ruoli di moglie e madre, normalmente riservati alla donne, gli usi e gli ornamenti femminili e i luoghi chiusi ed appartati in cui normalmente si svolgono le vicende muliebri, si distingue nell’uso delle armi fino a combattere alla pari con gli uomini e mostrare il suo valore in battaglia, sempre conservando orgogliosamente la sua castità simbolo del suo rifiuto del maschio e del suo dominio.

Anche dopo l’antichità classica, praticamente tutti i popoli nordeuropei hanno coltivato forme di poesia epica trasmessa oralmente da poeti girovaghi con caratteristiche analoghe a quelle sopraelencate. Quasi nulla resta delle saghe primordiali, se non rielaborazioni di età feudale presso le corti infatti, i poeti, chiamati menestrelli o giullari, portavano opere poetiche che attingevano a tradizioni antiche trasmesse di generazione in generazione.

L’anonimo Cantar de mio Cid (1140 ca.) è il più antico testo sopravvissuto della tradizione epica di Castiglia. Il termine cantar allude appunto ad una composizione recitata da un cantore, con un accompagnamento musicale, per un pubblico di ascoltatori, signorile o popolare. Lo stesso vale per la chanson de geste , il ciclo epico francese che annovera il capolavoro del genere La Chanson de Roland, composta attorno al 1100.

L’epica moderna, cioè i grandi poemi cinquecenteschi, affonda le sue radici nelle canzoni eroiche di età medievale e condivide con l’epica classica alcune caratteristiche genetiche, prime fra tutte quelle legate alla matrice orale, ovverosia ciclicità e formularità. Nel Cinquecento inoltre si assiste ad una vera e propria ripresa delle antiche regole epiche, quindi un restauro di tutte le convenzioni poetiche e narrative che non sempre durante l’epoca medievale erano state conservate. Tra esse torna dopo la lunga parentesi medievale, il topos della vergine guerriera con le caratteristiche proprie dell’età classica; tale restauro non giungerà al secolo successivo, come vedremo infatti, la morte della Clorinda tassiana segnerà la fine di tutte le eroine epiche.

Il topos della vergine guerriera in età classica.

Basti in questa sede menzionare il poema virgiliano in cui compaiono due figure di vergini guerriere; Pentesilea, regina delle Amazzoni, e Camilla principessa dei Volsci consacrata alla dea Diana e addestrata militarmente fin dall’infanzia:

Ducit Amazonidum lunatis agmina peltis Penthesilea furens, mediisque in milibus ardet, aurea subnectens exsertae cingula mammae,
bellatrix, audetque viris concurrere virgo. (Eneide, I, 490-493 )
Scorge d’altronde di lunati scudi guidar Pentesilèa l’armate schiere de l’Amazzoni sue: guerriera ardita, che succinta, e ristretta in fregio d’oro l’adusta mamma, ardente e furïosa tra mille e mille, ancor che donna e vergine, di qual sia cavalier non teme intoppo. (trad. Annibal Caro)
Hos super advenit Volsca de gente Camilla agmen agens equitum et florentis aere catervas, bellatrix, non illa colo calathisve Minervae femineas adsueta manus, sed proelia virgo dura pati cursuque pedum praevertere ventos. Illa vel intactae segetis per summa volaret gramina nec teneras cursu laesisset aristas, vel mare per medium fluctu suspensa tumenti ferret iter celeris nec tingueret aequore plantas. Illam omnis tectis agrisque effusa iuventus turbaque miratur matrum et prospectat euntem, attonitis inhians animis, ut regius ostro velet honos levis umeros, ut fibula crinem auro internectat, Lyciam ut gerat ipsa pharetram et pastoralem praefixa cuspide myrtum. (Eneide, VII, 803-817) L’ultima a la rassegna vien Camilla ch’era di volsca gente una donzella, non di conocchia o di ricami esperta, ma d’armi e di cavalli, e benché virgo, di cavalieri e di caterve armate gran condottiera, e ne le guerre avvezza. Era fiera in battaglia, e lieve al corso tanto che, quasi un vento sopra l’erba correndo, non avrebbe anco de’ fiori tocco, né de l’ariste il sommo a pena; non avrebbe per l’onde e per gli flutti del gonfio mar, non che le piante immerse, ma né pur tinte. Per veder costei uscian de’ tetti, empiean le strade e i campi le genti tutte; e i giovini e le donne stavan con meraviglia e con diletto mirando e vagheggiando quale andava, e qual sembrava; come regiamente d’ostro ornato avea ‘l tergo, e ‘l capo d’oro; e con che disprezzata leggiadria portava un pastoral nodoso mirto con picciol ferro in punta; e con che grazia se ne gia d’arco e di faretra armata. (trad. Annibal Caro)
«Graditur bellum ad crudele Camilla, O virgo, et nostris nequiquam cingitur armis, cara mihi ante alias.» Neque enim novus iste Dianae venit amor subitaque animum dulcedine movit. Pulsus ob invidiam regno viresque superbas Priverno antiqua Metabus cum excederet urbe, infantem fugiens media inter proelia belli sustulit exsilio comitem matrisque vocavit nomine Casmillae mutata parte Camillam. Ipse sinu prae se portans iuga longa petebat solorum nemorum: tela undique saeva premebant et circumfuso volitabant milite Volsci. Ecce fugae medio summis Amasenus abundans spumabat ripis: tantus se nubibus imber ruperat. Ille, innare parans, infantis amore tardatur caroque oneri timet. Omnia secum versanti subito vix haec sententia sedit. Telum immane manu valida quod forte gerebat bellator, solidum nodis et robore cocto, huic natam, libro et silvestri subere clausam, implicat atque habilem mediae circumligat hastae; quam dextra ingenti librans ita ad aethera fatur: «Alma, tibi hanc, nemorum cultrix, Latonia virgo, ipse pater famulam voveo; tua prima per auras tela tenens supplex hostem fugit. Accipe, testor, diva tuam, quae nunc dubiis committitur auris. Dixit et adducto contortum hastile lacerto immittit: sonuere undae, rapidum super amnem infelix fugit in iaculo stridente Camilla. At Metabus, magna propius iam urgente caterva, dat sese fluvio atque hastam cum virgine victor gramineo donum Triviae de caespite vellit. Non illum tectis ullae, non moenibus urbes accepere neque ipse manus feritate dedisset: pastorum et solis exegit montibus aevom. Hic natam in dumis interque horrentia lustra armentalis equae mammis et lacte ferino nutribat, teneris immulgens ubera labris. Utque pedum primis infans vestigia plantis institerat, iaculo palmas armavit acuto spiculaque ex umero parvae suspendit et arcum. Pro crinali auro, pro longae tegmine pallae tigridis exuviae per dorsum a vertice pendent. Tela manu iam tum tenera puerilia torsit et fundam tereti circum caput egit habena Strymoniamque gruem aut album deiecit olorem. Multae illam frustra Tyrrhena per oppida matres optavere nurum: sola contenta Diana aeternum telorum et virginitatis amorem intemerata colit. (Eneide, XI, 535-584) “Vedi a che perigliosa e mortal guerra a morir se ne va la mia Camilla,ne le nostr’armi ammaestrata invano. E pur m’è cara, e sovr’ogni altra io l’amo. Né questo è nuovo, o repentino amore. Fin da le fasce è mia. Mètabo, il padre di lei, fu per invidia e per soverchia potenza da Priverno, antica terra, da’ suoi stessi cacciato; e da l’insulto, che gli fece il suo popolo, fuggendo, nel suo misero esiglio ebbe in campagna questa sola bambina che, mutato di Casmilla sua madre il nome in parte, fu Camilla nomata. Andava il padre con essa in braccio per gli monti errando e per le selve, e de’ nemici Volsci sempre d’intorno avea l’insidie e l’armi. Ecco un giorno assalito con la caccia dietro, fuggendo, a l’Amasèno arriva. Per pioggia questo fiume era cresciuto, e rapido spumando, infino al sommo se ne gia de le ripe ondoso e gonfio; tal che, per téma de l’amato peso non s’arrischiando di passarlo a nuoto, fermossi; e poiché a tutto ebbe pensato, con un súbito avviso entro una scorza di salvatico súvero rinchiuse la pargoletta figlia. E poscia in mezzo d’un suo nodoso, inarsicciato e sodo tèlo, ch’avea per avventura in mano, legolla acconciamente; e l’asta e lei con la sua destra poderosa in alto librando, a l’aura si rivolse, e disse: “Alma latonia virgo, abitatrice de le selve e de’ monti, io padre stesso questa mia sfortunata figlioletta per ministra ti dedico e per serva. Ecco ch’a te devota, a l’armi tue accomandata, dal nimico in prima sol per te la sottraggo. In te sperando a l’aura la commetto; e tu per tua prendila, te ne prego, e tua sia sempre”. Ciò detto, il braccio in dietro ritraendo, oltre il fiume lanciolla; e ‘l fiume e ‘l vento e ‘l dardo ne fêr suono e fischio e rombo. Mètabo, da la turba sopraggiunto de’ suoi nemici, a nuoto alfin gettassi e salvo a l’altra riva si condusse. Ivi d’un verde cespo, ove piantato avea Trivia il suo dono, il dardo e lei divelse, e via fuggissi; e piú mai poscia non fu da tetti o da cittadi accolto; ché per natia fierezza a legge altrui non si fôra unqua additto. Il tempo tutto de la sua vita, di pastore in guisa, menò per monti solitari ed ermi; e per grotte e per dumi e per orrende selve e tane di fere ebbe ricetto con la fanciulla, a cui fu cibo un tempo ferino latte, e balia una d’armento ancor non doma e pavida giumenta. Ne le tenere labbra il padre stesso de la fera premea l’orride mamme; né pria tenne de’ piè salde le piante, che d’arco, di faretra e di nodosi dardi le mani e gli omeri gravolle. Non d’òr le chiome, o di monile il collo, né men di lunga, o di fregiata gonna la ricoverse; ma di tigre un cuoio le facea veste intorno, e cuffia in capo. Il fanciullesco suo primo diletto e ‘l primo studio fu lanciar di palo, e trar d’arco e di fromba; e ‘n fin d’allora facea strage di gru, d’oche e di cigni. Molte la desiâr tirrene madri per nuora indarno. Ed ella di me sola contenta, intemerata e pura e casta, la sua verginità, l’amor de l’armi sol ebbe in cale. (trad. Annibal Caro)

Femmine guerriere nel Trecento italiano: Regine e Amazzoni.

In Italia, per comprensibili ragioni storiche dovute principalmente alla frammentazione della penisola, è sempre mancato un vero epos nazionale, come i grandi cicli del nord Europa. Nella penisola arrivano le suggestioni settentrionali e si mescolano a leggende di lontana matrice classica e orientale. La tradizione dei Cantari ripercorre le vicende classiche del ciclo troiano o quelle del ciclo bretone o carolingio e talora in essi compare una figura di donna eroica. Il Cantare di Madonna Lionessa, ad esempio, composto da Antonio Pucci prima del 1388 narra le gesta della nobildonna Lionessa che, in assenza del marito si dedica a campagne di conquista e gli resta fedele fino a giungere ad atti spietati:
Io trovo d’una donna da Milano Ch’ebbe nome madonna Leonessa, che madre fue d’Azzolino Romano, che fue tanto ardito in ogni pressa. Il suo marito ha nome Capitano; in Lombardia ell’era principessa; tutta la Lombardia signoreggiava e Toscana di lei forte tremava. Ell’era sopr’ogn’altra savia e bella, e sempre avea semilia cavalieri, con qua’ prendeva città e castella per battaglia o per falsi mestieri; e non montava cavaliere in sella che non temesse de’ suo colpi fieri; e, se d’amor d’alcuno era richiesta, di botto gli facea tagliar la testa. (Cantare di Madonna Leonessa, 116) Azzolino Romano: Ezzelino da Romano, ma la notizia è inventata. Pressa: impresa. E sempre… mestieri: era alla testa di seimila cavalieri con i quali conquistava città e fortezze o combattendo o con l’inganno. E non… fieri: e non c’era nessun cavaliere che non avesse timore di lei in battaglia. E se… testa: e se qualcuno le faceva proposte amorose lei subito lo faceva decapitare.
Il Cantare di Madonna Elena, parla dell’imperatrice, figlia di Arnaldo di Gironda, data in sposa da Carlo Magno a Ruggieri da Monterlier; di lei si innamoravano tutti i cavalieri, tra cui il malvagio Guernieri, che si vanta di fronte a Carlo di averla in suo potere, ne nasce una disputa e l’imperatore decide che se uno dei due potrà provare le sue affermazioni, Ruggieri l’onestà della moglie e Guernieri la sua infedeltà, l’altro sarà condannato a morte. Guernieri riesce con l’inganno a procurasi un anello di Elena e Ruggieri viene così condannato. Elena parte per raccontare la verità a Carlo e salvare il marito, ed essa stessa sfida a duello Guernieri:

Elena disse: – Io voglio esser campione,
ch’io credo vincer, ch’i ho la ragione.- […]
Elena prende l’arme e ‘l gonfalone,
in su la piazza ne va arditamente,
e ben cavalca a guisa di barone
su ‘n un destrier fortissimo corrente.

Segue un duello in piena regola che vede la donna vincitrice e il colpevole condannato. Ma come si può vedere da questi esempi canterini, in essi la figura femminile è alquanto sbiadita e del tutto priva di drammaticità. Nel mondo dei Cantari infatti, la dimensione del dolore sembra assente; tutto è collocato in un’atmosfera fiabesca, che non conosce profondità psicologica. Anche l’amore non è il sentimento tra due individui con tutto il suo carico di situazioni psicologiche ricche di poesia, ma è visto come l’incontro di una fata con un cavaliere predestinato, creati l’uno per l’altra. Le figure femminili della tradizione canterina non hanno una vera vita, una personalità, ma solo una vita in particolare, in armonia col tono generale dell’opera. Sono figure lontane, di sogno, sfumate in una suggestiva indeterminatezza fiabesca. Anche le azioni più violente, anche quelle esasperate fino al grottesco, come quelle di Madonna Lionessa non suscitano mai orrore, sono solo dette, non sentite.
A queste donne quindi nulla resta dell’eroismo e della drammaticità delle loro antenate greche e romane. Le antiche doti eroiche però, sopravvivono in parte nella figura leggendaria dell’Amazzone che dall’antichità greco-romana giunge fino al medioevo grazie alle leggende sull’Oriente diffuse dai tempi delle Crociate e dei primi viaggi di esplorazione da parte dei missionari francescani e dei fratelli Polo. Fino ad allora, e almeno fino alla metà del XIII secolo, per l’occidente medievale, l’Oriente era una pura immagine mentale, un serbatoio di fantasie, che poteva essere riempito con tutte le creature fantastiche possibili. Tra tanti monstraorientali, figurano anche le Amazzoni.
Il merito della diffusione di questo mito è in gran parte della lettera che nell’ultimo quarto del XII secolo avrebbe inviato ai potenti del tempo il Prete Gianni, leggendario re cristiano dell’Etiopia. A proposito del popolo delle donne guerriere egli dice:

Le Amazzoni sono donne che hanno una loro regina; la loro dimora è un’isola che si estende per mille miglia nelle quattro direzioni, circondata da ogni parte da un fiume che non ha né inizio né fine, come un anello senza pietra. […] [I loro mariti] non vivono insieme ad esse, né osano recarsi là dove esse dimorano, a meno che non vogliano morire all’istante; essi abitano invece sull’altra riva del fiume di cui si è detto. È infatti stabilito che ogni uomo muoia il giorno stesso in cui mette piede in quell’isola. Quelle donne si recano dai loro mariti e restano con essi per una settimana o per quindici giorni o anche più a lungo; poi i mariti le lasciano tornare presso le altre. Quando nascono dei bambini li allevano sino all’età di sette anni e poi li restituiscono ai padri. Quando invece nascono delle bambine le trattengono con sé. Queste Amazzoni sono abilissime in guerra e soprattutto con l’arco, con le aste e con gli spiedi da caccia. Le loro armi sono d’argento […]. Possiedono anche cavalli mortali fortissimi e velocissimi sui quali combattono, […] ruotano sui loro cavalli più velocemente di quanto non ruoti la ruota stessa del vasaio, quando gira nel modo più rapido. Invero corrono a piedi in modo tale che, se cominciano a correre nel momento stesso in cui la freccia è scoccata dall’arco, prima che essa cada a terra la afferrano con una rapidissima corsa.

E Amazzoni sono le guerriere che compaiono nell’unico tentativo di ripresa del genere epico in età medievale (se si esclude l’incompiuta Africa di Petrarca), il Teseida di Giovanni Boccaccio, scritto fra il 1339 e il 1340 ca. su modello dell’Eneide.
Così Boccaccio traccia una breve storia della fondazione del regno delle Amazzoni e descrive la loro regina Ippolita:

Al tempo che Egeo re d’Attene era, fur donne in Scizia crude e dispietate, alle qua’ forse pareva cosa fiera esser da’ maschi lor signoreggiate; per che, adunate, con sentenzia altiera diliberar non esser soggiogate, ma di voler per lor la signoria; e trovar modo a fornir la follia. E come fer le nipoti di Belo Nel tempo cheto alli novelli sposi, così costor, ciascuna col suo telo de’ maschi suoi li spirti sanguinosi cacciò, lasciando loro di mortal gielo tututti freddi, in modo dispettosi; in cotal guisa libere si fero, ben che poi mantenersi non potero. Recato dunque co’ ferri ad efetto loro malvoler, voller maestra e duce che correggesse ciascun lor difetto e a ben viver desse forma e luce; né a tal voglia dier lungo rispetto, ma delle donne che ‘l luogo produce elesser per reina en la lor terra Ipolita gentil, mastra di guerra. La quale, ancor che femina fosse E di bellezze piena oltre misura, prese la signoria, e sì rimosse da sé ciascuna feminil paura, e in tal guisa ordinò le sue posse, che ‘l regno suo a sé fece sicura; né di vicine genti avea dottanza, sì si fidava della sua possanza. (I, 6-9) Scizia: regione al di la di Costantinopoli Crude e dispietate: crudeli e spietate Fiera: ingiusta Esser…signoria: essere dominate dai loro mariti; quindi con una decisione superba deliberarono di non essere più sottomesse ma di volere per loro il potere Fornir la follia: portare a compimento il loro folle progetto. Belo: padre di Danao, che ebbe cinquanta figlie, ed Egisto, che ebbe cinquanta figli. Danao ed Egisto per conservare il potere fecero sposare i loro figli, ma durante la prima notte di nozze, le Danaidi uccisero i loro mariti. Tempo cheto: la notte. Telo: spada. de’… cacciò: uccise si fero: si fecero non potero: non poterono ferri: armi malvolere: crudele volontà maestra e duce: condottiera forma e luce: bellezza lustro né… rispetto: né attesero molto a realizzare la loro intenzione che’l luogo produce: le donne native del luogo reina: regina mastra: maestra ancor: nonostante ordinò le sue posse: controllò le sue forze a sé fece sicura: si assicurò la fedeltà del suo regno dottanza: timore possanza: potere

Così le donne in battaglia contro i Greci comandati da Teseo:
Le donne ‘ n su cava’ forti ed isnelli Givano aramte in abiti dispari (e que’ correan come volano uccelli), facendo spesso li loro colpi amari sentire a’ Greci, che ne’ campi belli eran discesi a piè non avea guari, or qua or la correndo e ritornando, spesso e rado i Greci molestando. (I, 70) Cava’ forti ed isnelli: cavalli forti e veloci Givano… disaprti: andavano armate e in abiti succinti A piè non avea guari: nella corsa non avevano pari
Ma dopo un’aspra battaglia campale e un assedio durato mesi, Ippolita e Teseo si scambiano offerte di pace, fino a lasciare le armi ed incontrarsi pacificamente dopo che le donne, abbandonate le armi hanno assunto nuovamente sembianze ed atteggiamenti del tutto femminili:
le donne avean cambiati sembianti ponendo in terra l’arme rugginose, e tornate eran quali eran davanti, belle, leggiadre, fresche e graziose; e ora in lieti motti e dolci canti mutate avean le voci rigogliose, e passi avean piccioli tornati, che pria nell’armi grandi erano stati. E la vergogna, la qual discacciata Avean la notte orribile, uccidendo Li lor mariti, loro era tornata Ne’ freschi visi, gli uomini vedendo […] Ripresi adunque i lasciati ornamenti, di Citerea il tempio fero aprire, serrato ne’ lor primi mutamenti; lì fe’ Teseo Ipolita venire; e dati sacrifici reverenti a Venere, sposò con gran destre Ipolita, l’aiuto d’Imeneo Chiamando quivi i baron di Teseo. Molte altre donne a greci cavalier Si sposarono allora lietamente, e per signor li preser volentieri (I,132-137) Sembianti: aspetto Davanti: prima Lieti… rigogliose: avevano mutato le loro voci prima sguaiate in parole gentili e liete e dolci canti e… tornati: i loro passi erano diventati piccoli. Ripresi… ornamenti: ripresi gli ornamenti femminili prima abbandonati Citerea: Venere, dea dell’amore Lì…baroni di Teseo: lì, nel tempio di Venere, Ippolita fece venire Teseo e lo sposò dopo aver offerto sacrifici alla dea e invocato Imeneo, dio delle nozze, alla presenza dei baroni greci.
Come negli antichi Cantari però la figura della donna non ha una vera profondità psicologica, e la dimensione del rifiuto sociale del ruolo di moglie e madre non può che essere temporaneo, frutto di una momentanea pazzia; non può che avere un finale matrimoniale, l’unico che può rendere la figura femminile socialmente accettabile. Nell’epos di Boccaccio infatti, il motivo delle armi si mescola a quello degli amori; anzi, il racconto della guerra fa in realtà da antefatto alla storia principale del libro che è appunto una storia di amori morti e matrimoni. I due motivi si contemperano e convivono e una patina fiabesca ricopre tutto il testo: sfondi idilliaci, luoghi ameni, donne atteggiate secondala tradizione lirica e cortese, tutto finisce per somigliare al mondo cortese nostalgicamente rivissuto. Come nei Cantari, in cui l’atmosfera fiabesca e i cenni alla sua bellezza soprannaturale privano la donna di qualsiasi personalità anticipando in parte l’immagine che di lei darà lo Stilnovo, anche qui l’unico ruolo attributo alla donna è quello di amata e amante, l’unico ruolo lecito nella letteratura due e trecentesca. La protagonista di tutta la produzione poetica del XIII e XIV secolo infatti sarà la signora cortese, creazione del mondo feudale e riflesso di quello stesso mondo che non poteva certo tollerare il modello di donna indipendente e non vincolata dalle leggi del matrimonio e della società civile e patriarcale.
La vergine guerriera rappresentava il sovvertimento dei valori su cui si basava l’intera società occidentale, era infatti possibile solo in quell’Oriente favoloso e mostruoso, quel mondo alla rovescia in cui tutto era possibile.
Questo è il vero motivo per il quale l’immagine della guerriera di stampo epico non sopravvive nel medioevo. Se viene lontanamente evocata è solo perché creazione delle epoche passate, come nei cantari di materia classica o riflesso del valore maschile, come nel caso del De claris mulieribus , opera che si ispira e risponde al petrarchesco De viris illustribus o come exemplum di virtù. Nel De claris mulieribus infatti, parlando di Pentesilea e Camilla, Boccaccio pone l’accento sulle loro virtù, prima fra tutte la castità, per rivolgere un ammonimento alle contemporanee. Rispetto al Teseida e alla tradizione canterina la descrizione delle gesta delle eroine ha tutt’altro tono; le figure sono cariche di pathos, ma l’intento moraleggiante si distacca dall’originaria matrice epica per collocarsi nella produzione di intento didascalico. Ecco le descrizioni di Pentesilea e Camilla; nella seconda in particolare si noti la vicinanza al testo virgiliano:
Pentesilea vergine fu regina delle Amazzoni […]. Dicesi che questa, spregiando sua bellezza, e domata la morbidezza del corpo, cominciò a vestirsi le armi delle sue passate, e ardì coprire con l’elmo i biondi capelli, cingersi il turcasso, e, a modo di cavaliere e non di donna, montare sopra il carro, salire sopra i cavalli, e, oltre le altre passate regine, mostrarsi meravigliosa di potenza e di magistero. […] E non impaurì per la chiara dominanza de’ principi greci [tanto che entrò] nella battaglia delli stretti combattitori. E alcuna volta abbatteva i nemici con la lancia, e con la spada si faceva la via tra quelli che facevano resistenza; e spesse volte incalzava le schiere con l’arco, e essendo donna, faceva si grandi e tante cose, che alcune volte faceva meravigliare Ettore che stava a vedere. E finalmente combattendo un dì […] essendo già morte molte delle sue, ricevutoli colpo mortale, miserabilmente cadde in mezzo de’ Greci, ch’ella aveva gittati per terra.
(Capitolo XXX, Pentesilea regina delle Amazzoni)

Camilla vergine meravigliosa e sommamente degna di lode fu regina de’ Volschi. Questa fu figliuola di Metabo antichissimo re dei Volschi […]. Metabo per subito furore de’ Privernati suoi cittadini, fu cacciato dal regno[…] fuggendo egli misero, solo, a piedi, recando in braccio Camilla […] arrivò al fiume Amareno, il quale per la pioggia del dì passato, e per il disfare delle nevi era molto gonfiato. E non potendo passare nuotando con quella verginetta né volendola lasciare […] deliberò rinvolgerla in scorze di sughero, e, […] [la] legò […] all’asta di uno spiedo […] [e] la promise a Diana, se gliela salvasse. E, fatta la promissione, con tutta la forza la gittò oltre il fiume, sopra l’acque nuotando egli dopo quella. Giunto all’altra riva salvo con quella insieme, […] abitò in loghi nascosti per le selve, e, non senza grande fatica, nutricò quella di latte di bestie. La quale, com’ella arrivò a più forte etade, cominciò vestirsi di pelli di fiere, portare armi, trarre con la frombola, portare al collo il turcasso, tendere e trarre l’arco, perseguitare cervi e caprioli selvatici, dispregiare ogni lavoro di femmina, servare sopra tutte le cose la sua verginità, schernire gli innamorati […], rifiutare il matrimonio […] e tutta si dava a Diana, alla quale il padre l’aveva promessa. […] Essendo venuto Enea da Troia […] e […] avendo cominciata guerra tra lui e Turno re de’ Rutili […] Camilla, favoreggiando la parte di Turno, andò in suo aiuto con una grande moltitudine di quelli del suo regno. E avendo più volte combattuto contra i Troiani, un dì […] abbattè molti di quelli […] [e] perseguendo un sacerdote di Cibele, chiamato Corebo, per cupidità di avere le sue armi, un cavaliere chiamato Arante la ferì d’una saetta nel petto, sotto la mammella, per la quale ferita ella cadde morta in terra.
(Capitolo XXXVII, Camilla regina de’ Volschi).

Restauro cinquecentesco del topos e sua fine.

È solo con il XV e XVI secolo che la riscoperta dei poemi classici e delle regole aristoteliche portano ad una restaurazione del topos della vergine guerriera, cacciatrice devota a Diana, erede della primitiva società matriarcale.
La principale creazione di questo genere è la Clorinda tassiana; di origini regali, abbandonata dalla madre e affidata ad un vecchio servo, che qui narra la sua storia, come Camilla anche lei allattata da una belva:
vidi una tigre, che minaccie ed ire
avea ne gli occhi, incontr’a me venire.
Sovra un arbore i’ salsi e te su l’erba
lasciai, tanta paura il cor mi prese.
Giunse l’orribil fèra, e la superba
testa volgendo, in te lo sguardo intese.
Mansuefece e raddolcio l’acerba
vista con atto placido e cortese;
lenta poi s’avicina e ti fa vezzi
con la lingua, e tu ridi e l’accarezzi;
ed ischerzando seco, al fero muso
la pargoletta man secura stendi.
Ti porge ella le mamme e, come è l’uso
di nutrice, s’adatta, e tu le prendi.
(XII, 28-34)
anche lei affronta il pericolo di un fiume in piena:
Partomi, e vèr l’Egitto onde son nato,
te conducendo meco, il corso invio,
e giungo ad un torrente, e riserrato
quinci da i ladri son, quindi dal rio.
Che debbo far? te, dolce peso amato,
lasciar non voglio, e di campar desio.
Mi gitto a nuoto, ed una man ne viene
rompendo l’onda e te l’altra sostiene.
Rapidissimo è il corso, e in mezzo l’onda
in se medesma si ripiega e gira;
ma, giunto ove piú volge e si profonda,
in cerchio ella mi torce e giú mi tira.
Ti lascio allor, ma t’alza e ti seconda
l’acqua, e secondo a l’acqua il vento spira,
e t’espon salva in su la molle arena;
stanco, anelando, io poi vi giungo a pena.
(XII, 34-35)

salvata da san Giorgio come Camilla da Diana, Clorinda si forgia con una autoeducazione di tipo amazzonico, esercitandosi nella caccia e nelle arti belliche fino a diventare una famosa guerriera, simbolo di indipendenza femminile

Costei gl’ingegni feminili e gli usi
tutti sprezzò sin da l’età piú acerba:
a i lavori d’Aracne, a l’ago, a i fusi
inchinar non degnò la man superba.
Fuggí gli abiti molli e i lochi chiusi,
ché ne’ campi onestate anco si serba;
armò d’orgoglio il volto, e si compiacque
rigido farlo, e pur rigido piacque.
Tenera ancor con pargoletta destra
strinse e lentò d’un corridore il morso;
trattò l’asta e la spada, ed in palestra
indurò i membri ed allenogli al corso.
Poscia o per via montana o per silvestra
l’orme seguí di fer leone e d’orso;
seguí le guerre, e ‘n esse e fra le selve
fèra a gli uomini parve, uomo a le belve.
(Gerusalemme Liberata II, 39-40)

A lei non tarda i passi il lungo manto,
né ‘l suo valor rinchiude invida cella,
ma veste l’armi, e se d’uscirne agogna,
vassene e non la tien tema o vergogna.
(VI, 82, 5-8)

Il suo rifiuto della componente muliebre e dell’amore sono totali e per questo anarchici, eretici, socialmente e moralmente inaccettabili; ma la sua coerenza è assoluta, il suo valore arriva fino all’estremo sacrificio di sé; il suo personaggio poi è vero e fondamentale per la vicenda del poema.
Di lei infatti si innamora il valoroso Tancredi, che dimentica i suoi doveri di combattente; ma grazie alla morte dell’amata, alla quale la Provvidenza l’aveva destinata, lui viene purificato dal suo folle amore e torna alla guerra che finalmente troverà una soluzione, lei si salva convertendosi in fin di vita e conquistando la salvezza dell’anima.
La restaurazione del topos è dunque totale, eroismo, castità intransigente e finale tragico. Tale recupero però segnerà anche la scomparsa definitiva del personaggio, nessuna traccia rimarrà infatti della figura della vergine guerriera nelle opere delle epoche successive, come l’eroina, anche il suo mito ha finale tragico.

Bibliografia.

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Poesia del Duecento e del Trecento a cura di Carlo Muscetta e Paolo Rivalta, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1956.
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Fiore di leggende. Cantari antichi , a cura di Ezio Levi, Bari, Laterza, 1914.
Vittore Branca, Il cantare Trecentesco e il Boccaccio del Filostrato e del Teseida , Firenze, Sansoni, 1936.
Delle donne famose di Giovanni Boccaccio , traduzione di M. Donato degli Albanzani di Casentino, Bologna, Gaetano Romagnoli Editore, 1881.
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