Il civil mestiere del Tintore

Il civil mestiere del Tintore

20/10/2008 0 Di Alessandra

Tratto da “Guardaroba Medievale – Vesti e società dal XIII al XVI secolo” di Maria Giuseppina Muzzarelli edizioni Il Mulino.

Nella tintoria avevano luogo anche operazioni diverse dalla tintura vera e propria, come la sgommatura dei filati di seta che si eseguiva facendoli bollire in acqua saponata; si trattava di una pratica che serviva a togliere la gommosità naturale e che aveva luogo dopo la torcitura e l’addoppiatura. L’operazione veniva eseguita in un laboratorio di bollitura della seta. Una volta bollite, le matasse venivano sciacquate e appese ad asciugare: a questo punto la seta diventava soffice, lucente ed assumeva un color bianco perla. Se la si voleva rendere ancora più bianca, la si esponeva ai fumi dell’acido solforico in un locale chiuso. In genere la seta veniva tinta allo stato di filato da tintori specializzati nel trattare questo materiale; il costo dei coloranti impiegati e la difficoltà dell’operazione incidevano ovviamente sui prezzi. Un filato di seta tinto cremisi una sola volta, come si usava fare per quelli destinati al damasco e al raso, nella bottega fiorentina di Andrea Banchi costava 34 soldi la libbra, mentre ne costava 44 se tinto due volte, come si faceva per i velluti. Il blu alessandrino costava 40 soldi la libbra e si otteneva combinando oricella, indaco e robbia, e immergendo due volte il filato nel composto, risciacquando e insaponando successivamente più volte la seta. Le tinture di minor prezzo erano il bigio, il bruno e il nero, che costavano 15 soldi la libbra, mentre il verde ne costava 20 e l’azzurro 24; ottenere, però, un bel nero profondo, lucido e che non stingesse era tutt’altro che facile e quindi affatto a buon mercato.

Il tintore spesso utilizzava il materiale fornito dallo stesso cliente , il quale aveva tutto l’interesse che si usasse il miglior materiale tintorio esistente: per il rosso si impiegava chermes, grana e verzino. Il chermes, adoperato per ottenere il cremisi, era la tinta più costosa, ma costava parecchio anche il grana; entrambi derivavano dall’insetto parassita delle querce denominato coccus ilici, ma il grana, conosciuto da più tempo, proveniva dal Mediterraneo occidentale, mentre il chermes veniva importato dall’Oriente e da esso si ottenevano i risultati migliori. Sempre dal medesimo ingrediente si ricavava il paonazzo che, assieme al rosato e al vermiglio, era fra i colori più apprezzati. Con il verzino o brasile (ossia rosso come la “bragia”), un colorante ricavato da una pianta che fu poi individuata in gran numero nell’America del Sud, si arrivava invece ad un rosso meno pregiato rispetto a quello ottenuto con il chermes.

Per ottenere un ventaglio di azzurri, dal vivace “perso” al turchino, dal pallido “sbiadato” al celestino chiaro detto “allazzato”, bisognava sciogliere nell’acqua bollente il guado, unitamente ai fissanti: a seconda della tonalità di colore che si intendeva ottenere, i tessuti da tingere venivano immersi per un tempo variabile in un composto di guado e allume o tartaro. Il guado fu la più importante delle materie prime tintorie usate nel Medioevo: si ricavava dalle foglie di una pianta erbacea, la isatis tinctoria, dai caratteristici fiori gialli piccoli riuniti in pannocchie. Le foglie della pianta venivano triturate e ridotte in pasta mediante frantoi conosciuti anche come mulini da guado, e successivamente mescolate in masse che dopo due settimane venivano nuovamente lavorate fino ad ottenere pani da essiccare. Al momento di preparare i bagni per la tintura si ricavava dai pani una polvere che, inumidita e lasciata fermentare, si trasformava in un’argilla scura; quest’ultima veniva essiccata, pestata e setacciata, ed era infine pronta per l’uso. La lana così tinta aveva un costo differente a seconda del colore: per un blu intenso e brillante (il colore “perso”), il tintore chiedeva fino a 10 soldi la libbra, il doppio rispetto al prezzo di un panno tinto di azzurrino e otto o dieci volte di più di una lana tinta di turchino. Se la clientela che aveva maggiori disponibilità economiche si orientava prevalentemente verso i rossi accesi e i blu intensi, il verde nelle sue varie nuances (a partire dal festichino, che era la più chiara) e i biavi, cioè gli azzurri, erano i colori più diffusi e richiesti in un’ampia area sociale composta da persone di condizione non sempre agiata. La gamma degli azzurri comprendeva l’alessandrino, un turchino cupo, il più chiaro e sbiadato e l’aerino, un azzurro dalla tonalità particolarmente delicata. L’azzurro era il colore dominante nell’ambito dei “fornimenti” da letto e molto usato per vesti e complementi; dagli ultimi secoli del Medioevo il blu scuro e intenso divenne invece la tinta più ambita. Nel XIII secolo, infatti, si determinò un’autentica, seppur non improvvisa, svolta nella sensibilità collettiva: dopo che per secoli il blu aveva avuto una connotazione “barbarica”, in quanto ritenuto colore tipico dei popoli stanziati al di là del limes, a partire dal Duecento divenne il colore del manto della Vergine e di quello del re e di conseguenza una delle tinte più apprezzate e richieste in concorrenza con il rosso. A determinare l’affermazione delle tinte azzurre contribuì anche il fatto che alla metà del Trecento la produzione locale di guado era cospicua e consentiva di rispondere senza difficoltà alla domanda crescente di panni tinti in questo colore.

Un altro colore assai richiesto era il verde, per ottenere il quale si compiva prima un impiumo nel guado, cioè un leggero bagno nel composto ormai “stanco” e a temperatura bassa, seguito da una immersione in un bagno di giallo; una procedura analoga serviva per ottenere il viola.

Il rosso per secoli è stato per antonomasia “il” colore delle stoffe, tanto da determinare la sintonia fra coloratus e ruber. Era la tinta che caratterizzava le vesti per le occasioni importanti, ma anche gli accessori e gli ornamenti: l’iconografia prova come le scarpe, tanto maschili quanto femminili fossero frequentemente rosse. Ma il rosso dominava anche negli interni delle case, decorate con arazzi e tappeti nei quali prevaleva questo colore, per arrivare al quale spesso si poteva impiegare, in alternativa al chermes, alla cocciniglia e al verzino, la robbia. La robbia era una sostanza ricavata dalla radice di una pianta erbacea, la rubia tinctorum, coltivata in Europa ma importata anche dall’oriente. Si acquistava in balle o in ciocchi macinati, e le sue radici seccate e polverizzate venivano sciolte in acqua ricavandone una soluzione nella quale andavano immersi i tessuti o i capi da tingere. Con la robbia si riuscivano ad ottenere anche altri colori quali il paonazzo e il viola: per arrivare al paonazzo si poteva combinare, al brasile o verzino, il legno colorante. Usato singolarmente quest’ultimo dava colori poco solidi ed era quindi opportuno mescolarlo alla robbia. Il paonazzo si realizzava anche con l’oricello.

Con lo scòtano si ricavavano sia il giallo carico sia il verde, dopo che il tessuto aveva subito un impiumo nel guado. Il verde poteva comunque essere ottenuto anche mediante un unico procedimento, utilizzando sostanze quali la liquirizia o il verderame. Trattando lo scòtano con sali di ferro si arrivava invece al grigio e al nero.

Se il verde era un colore molto amato, non altrettanto può dirsi del giallo, colore dei marginalizzati. Tanto alle meretrici quanto agli ebrei veniva infatti imposto a più riprese un segno di distinzione di questo colore: veli, nastri o rotelle da applicare sopra gli abiti. Anche l’associazione di verde e giallo poteva significare marginalizzazione, ma non sempre e non in maniera esclusiva.

Oltre a guado, robbia e scotano, il tintore aveva altre risorse per ottenere i colori richiesti: con la braglia tingeva in giallo la lana; con il mallo di noce otteneva un nero opaco poco durevole.

Il nero era un colore difficile da ottenere, e le sostanze che consentivano di arrivare al nero andavano applicate a tessuti che avessero già ricevuto una tinta di base azzurra o fulva. Proprio per questo suo essere una tinta difficile, sottoposta a controlli speciali, il nero si affermò alla fine del Medioevo come colore assai pregiato e in grado quindi di rappresentare la massima pompa nell’abbigliamento cerimoniale. Era un colore usato non solo per segnalare il lutto, ma anche per partecipare agli eventi più solenni, adattissimo alle feste, alle celebrazioni nuziali e in generale alla vita di corte. Utilizzando composti di ferro, molatura, ruggine e aceto forte, combinati con materie ricche di tannino, si tingevano di nero i tessuti di lana e seta.

Una volta ottenuta la tonalità desiderata, il colore andava fissato tramite mordenti tanninici o potassici: della prima categoria fanno parte la galla, la scorza e la foglia, mentre gromma, allume e cenere fanno parte della seconda. La galla consisteva nelle escrescenze, ricche di tannino, che si formavano sulle foglie e i rami degli alberi dopo che alcuni insetti vi avevano depositato le uova. La scorza era data da cortecce, ricche di tannino di alberi quali gli ontani, le betulle o i castagni. Quanto alla foglia, essa era quella del rovo delle more, ritenuta un ottimo fissante. La gromma era il cremor tartarico, vale a dire il tartrato acido di potassio presente nei residui della vinificazione. L’allume, solfato di alluminio e potassio, era il mordente forse più usato nel Medioevo (anche perchè in Toscana meridionale e nell’alto Lazio ve n’erano ricchi giacimenti). L’allume veniva usato, oltre che per fissare i colori dei panni, per sgrassare le fibre e per la lavorazione del cuoio e delle pelli. Sempre per fissare il colore si poteva usare la cenere, che veniva impiegata anche per il lavaggio di lane e stoffe e per la preparazione del bagno delle tinte: la cosiddetta “cenere da vagello”.