La città medievale

30/08/2008 1 Di Marianna Orsi

Al crollo dell’impero romano (476 d.C.), le invasioni barbariche, le continue guerre (l’alternarsi dei vari “regni romano barbarici” tra il 476 e il 568, e l’avvicendarsi di regno Longobardo 568-774 e Franco dal 774), le carestie, le epidemie e il conseguente crollo demografico ed impoverimento portano all’abbandono di molte antiche città.

Tra il V e l’VIII secolo la popolazione si raccoglie per lo più al riparo di un castello o di un’abbazia legandosi ad un padrone che possa offrire protezione vivendo nell’isolamento e nell’assenza di libertà. La terra è suddivisa in vaste estensioni che procurano ai proprietari romani e germanici agio e potere, accanto ad essi restano molti contadini liberi che possiedono piccoli lotti di terreno, ma gran parte degli agricoltori sono coloni, cioè fittavoli a vita che pagano in natura o con corvées i canoni ma che il più delle volte sono costretti a servire a vita i loro padroni. Nonostante il declino della schiavitù nel III e IV secolo ance per influenza del cristianesimo le schiere servili restano rilevanti e anzi, il concetto di libertà si eclissa; almeno quattro persone su cinque sono servi della gleba.

Con l’anno Mille (in seguito alla così detta “rinascita carolingia” del IX secolo) le guerre si fanno meno frequenti e meno micidiali, gli scontri infatti riguardano una minoranza della popolazione e lo scopo è la conquista non la distruzione. Le nuove scoperte tecniche (come il cavallo usato come forza motrice, la sostituzione degli utensili di legno con quelli di ferro in particolare l’aratro, il miglior utilizzo dell’acqua come forza motrice) portano ad una ripresa agricola, molte foreste vengono abbattute per fare spazio a nuovi campi da coltivare, rifiorisce l’attività commerciale e così l’artigianato, per rispondere alle esigenze di una società nuovamente in crescita, anzi l’espansione demografica è causa del nuovo dinamismo sociale.

Inizia così una nuova espansione urbana; il sistema politico dominante è ormai quello del Comune, città-stato che si governa autonomamente; molte nuove città sorgono attorno ai nodi stradali più importanti, si moltiplicano le case attorno a castelli ed abbazie, che formano borghi che a volte vengono inglobati con nuove cinte murarie; all’interno delle città già esistenti, spesso di origine romana, cresce il numero delle abitazioni che addossano l’una all’altra o sporgono su mensole per guadagnare spazio all’interno delle mura.

All’interno, la Chiesa è luogo centrale, non solo in quanto casa di Dio, ma anche come luogo di ritrovo per la comunità; i palazzi pubblici infatti sorgeranno solo nel XII-XIII secolo.

Dopo il Mille le città italiane si rinnovano anche nell’architettura civile, quasi tutte le case hanno una torre di difesa e si potevano collegare alle vicine, appartenenti a famiglie della stessa parte politica con ponti di legno per bloccare intere zone in caso di lotte tra fazioni. Le torri erano perciò numerose (le città dovevano avere un aspetto simile a San Gimignano o Monteriggioni in provincia di Siena) anche le mura avevano torri di difesa e le stesse case erano spesso case-torri (ancora visibile a Firenze e San Gimignano) lo sviluppo dominante quindi era quello verticale.

Le mura sono viste come elemento fondamentale, non solo difesa, ma anche simbolo di appartenenza alla comunità civica, simbolo della fermezza della fede, della concordia civica, del buon governo. Oltre alla difesa umana anche quella divina è considerata fondamentale, quindi le mura spesso sulle porte sono rappresentati i santi eponimi, i patroni della città e la Vergine (come nella Roma antica la parte dalla quale si accedeva alla città era la sede dei templi di tutte le divinità protettrici; la città antica era infatti concepita come comunità di uomini e dei, la fondazione di una città corrispondeva con il riconoscimento delle sue divinità).

La chiusura delle porte delle mura la sera, isolava la città dal mondo esterno, il ‘dentro’ sicuro e protettivo, dal ‘fuori’ pauroso ed ostile; restare accidentalmente chiusi fuori dalle mura la notte era una vera tragedia, significava essere esposti al pericolo di aggressione da parte delle bestie feroci, (lupi, che spesso arrivavano fin dentro le città , ma talora anche orsi), dei briganti o di squadre militari in continua guerriglia. Uccisioni di questo tipo facevano parte dell’esperienza quotidiana e sono testimoniate in modo e in dipinti e affreschi.

Le strade erano tuttavia indispensabili per l’approvvigionamento; la loro percorribilità era indispensabile per la sopravvivenza della popolazione visto che in mancanza di tecniche di conservazione era necessario che ogni giorno grandi quantità di vettovaglie fossero trasportate dentro le mura.

Le vie interne non sempre lastricate, spesso cordonate di gradini, spesso strette e tortuose o per il continuo aumento delle abitazioni o per motivi fisici, come l’irregolarità del terreno, erano considerate più linee di comunicazione che di trasporto, ci si muoveva per lo più a piedi di qui la necessità di spezzare la forza dei venti con un andamento tortuoso, di ripararsi dalla pioggia e dal sole con tetti particolarmente sporgenti (gli ombrelli compariranno solo nel ’500).

Le botteghe degli artigiani inoltre non furono protette dai vetri fino al Seicento; casa e bottega erano comunicanti e così bottega e strada; anzi, gran parte delle attività si svolgevano all’esterno, di qui la necessità di ripararsi dalle intemperie.

La primitiva città romana nell’alto Medioevo in genere si contrae in una porzione molto minore dell’antica cinta; dopo la rinascita del Mille, spesso l’antica pianta a scacchiera viene ricostruita seguendo la linea delle antiche mura, con le porte e le strade che si aprono a raggiera verso la campagna; questa la forma della città “romanica”.

La più tipica forma della città medievale tuttavia è quella radiocentrica, cioè lo sviluppo edilizio ad avvolgimento attorno ad un elemento generatore, un castello o un’abbazia, posto in posizione rilevata.

All’interno la città è suddivisa secondo la gerarchia; per gerarchi si intende l’individuazione di dignità e di compiti degli abitanti; la specializzazione determina la fisionomia delle vie e dei quartieri, specializzazione etnica per esempio è quella che distingue dal resto della città la parte riservata a comunità di forestieri o il ghetto, riservato ai commercianti ebrei che vogliono mantenere le loro tradizioni e che vengono tenuti lontani per evitare contaminazioni religiose. Specializzazione professionale è quella delle vie abitate da artigiani dediti allo stesso mestiere, via degli orefici, dei conciatori, dei funari, dei candelabri ecc.

La piazza è un elemento fondamentale della vita cittadina; in genere ci sono tre piazze. Una piazza religiosa, principale luogo di adunanza prima dell’anno Mille, dominata dalla cattedrale, in cui gli altri edifici hanno proporzioni minori per far risaltare la Chiesa, dove si tengono le processioni e le sacre rappresentazioni. Dal XII secolo si ha anche la piazza politica, di misure più vaste, dominata dal palazzo comunale, o palazzo pubblico (o palazzo del popolo, o “della ragione” o “arengario”), in cui si tengono le adunanze della cittadinanza, in cui spesso si trova una fontana, un arengo, il pulpito per le concioni, o colonne reggenti simboli del potere o pennoni portastendardo. Si ha infine la piazza economica, in cui si tiene il mercato, in genere accanto a quella politica, nelle città di origine romana, nella parte nuova, in quelle che si originano attorno ad un monastero di fronte al centro generatore. In alcune città ci sono più piazze del mercato a seconda dei tipi di merci: una piazza delle erbe, con fontane per lavare gli ortaggi, una piazza per la vendita di pesci e carni con bacili di pietra per la loro conservazione, spesso con loggiati che creano una sorta di mercato coperto.

Lungo le strade e nelle piazze manca totalmente l’illuminazione, la sera ci sono solo i lumini davanti alle immagini sacre, dato che di notte una volta chiusi i cancelli sul fiume per evitare predoni che risalgono la corrente, le porte delle mura e i cancelli dei quartieri di malaffare nessuno deve circolare per le strade.

Al contrario, di giorno la città è molto animata; artigiani e mercanti espongono le loro merci,carrettieri e lavoratori spesso accompagnano le loro attività con canti popolari o poetici; spesso gli uomini si intrattengono con i vicini a chiacchierare e raccontare favole e storie, giocare a carte o occupati con altri passatempi, le donne stavano spesso alla finestra o al balcone, ornato di vasi di fiori erbe aromatiche, gabbie di uccellini, tende e drappi.

La vita cittadina è scandita dal suono delle campane della chiesa e del palazzo pubblico che dividono la giornata nelle 12 ore del giorno e della notte (la mezzanotte, il mattutino verso le tre, la prima alle sei, la terza alle nove, la sesta a mezzogiorno, la nona alle quindici, il vespro alle diciotto, la compieta alle ventuno); le campane avvertivano anche delle adunanze politiche, delle feste, del pericolo, stabilivano che il giorno era finito con tre tocchi per dare a tutti il tempo di rientrare, dopo altri tre rintocchi nessuno poteva più uscire dalla città infine cinque colpi a martello segnavano la fine della giornata.

Le campane davano anche notizia delle morti; se qualcuno entrava in agonia suonavano perché il popolo si raccogliesse in preghiera, i rintocchi erano due per una donna, tre per un uomo, per un chierico tanti quanto i suoi ordini.

Per far circolare le notizie in città c’erano gli araldi del Comune che ne rendevano noti i provvedimenti: bandi contro ribelli, sentenze, condanne; c’erano poi i messi che portavano comunicazioni delle magistrature ai singoli cittadini e che a pagamento recapitavano la corrispondenza dei privati; visto che le vie non erano indicate dovevano conoscere molto bene la città. Ci si poteva poi servire dei gridatori pubblici e dei corrieri comuni a disposizione del pubblico; in genere persone di bassissima condizione dediti al gioco e al vino nell’immaginario comune.

La città era quindi molto animata e rumorosa, non solo dalle presenze umane, i giochi dei bambini, le canzoni e le musiche che rappresentavano uno dei principali passatempi, il suono delle campane, ma anche dalla presenza degli animali; oltre ai i muli e ai cavalli usati come mezzi di trasporto, si aggiravano liberamente galline e maiali, che svolgevano la funzione di spazzini per i rifiuti che venivano gettati in strada; mancando la rete fognaria (presente invece nelle antiche città romane) i bagni delle case davano in genere in un vicolo laterale, la pioggia portava via molto, per il resto ognuno teneva pulita la parte di strada davanti a casa sua.

Bibliografia

Arsenio e Chiara Frugoni, Storia di un giorno in una città medievale, Bari, Laterza, 1997.

Marcel Pacaut, Il medioevo, in Storia d’Europa, a cura di Georges Livet, Roland Mousnier, Bari, Laterza, 1988.

Piero Adorno, L’arte Italiana, vol. I, tomo II, Dall’alto medioevo all’arte gotica, Firenze, D’Anna, 1993.

Ludovico Gatto, Il Medioevo giorno per giorno, Roma, Newton Compton editori, 2006.