Allenarsi come Boucicaut

Quando non si allenava di scherma Jean le Maingre, detto Boucicaut, (1366-1421) si allenava saltando sul cavallo, arrampicandosi su ostacoli e correndo con e senza armatura. Usava asce e martelli colpendo ripetutamente senza sosta… sostanzialmente faceva quello che oggi chiamiamo allenamento funzionale. Alcune delle cose che le cronache hanno riportato sono abbastanza incredibili e forse lievemente ingigantite, tuttavia si possono intuire le doti di un atleta molto competente e performante. Un personaggio quindi che, grazie alle proprie esperienze, era riuscito a capire quali fossero le attività che, ripetute nel tempo, avrebbero potuto farlo migliorare.

Anche tra le pagine di H. Talhoffer, attualizzate in questo splendido video che vi abbiamo già a suo tempo proposto, si trovano indicazioni su come prepararsi per un duello. Intuizioni estremamente attuali se vogliamo: attività cardio, flessibilità, equilibrio, forza, una dieta sana, capacità coordinative, e molta scherma visto che si parla di due ore all’alba e due ore al tramonto ogni giorno. Tralasciando le preghiere, che immaginiamo avere il loro scopo se ci si prepara per un duello giudiziario in cui si combatta per la vita, tutto il resto ci sembra una di quelle “risoluzioni del nuovo anno”. Anzi sono proprio le indicazioni che un personal trainer potrebbe dare ad un cliente che voglia imparare la scherma!

Tutte queste indicazioni sono piuttosto generiche e suggeriscono soltanto una serie di attività e qualche sparuta tempistica e quindi danno poche informazioni su quale possa essere il volume di lavoro o la sua intensità. Non potendo ignorare nel 2018 la sterminata letteratura scientifica sulla preparazione atletica si è provato ad attualizzare le poche righe d’inchiostro di trattatisti e cronachisti. Queste variegate esperienze, che magari approfondiremo in un altro articolo, sono recentemente culminate in un esperimento piuttosto… brutale.

Completato, quasi del tutto, il nuovo arnese di Giorgio si rendeva necessario testare questa entità composta di 2/3 uomo ed 1/3 arnese. Le proporzioni non sono casuali: il rapporto dei pesi sono grosso modo quelli, ovvero, 71 Kg di persona con addosso 36 Kg di armatura. Il test sul campo prevedeva una corsa/marcia forzata di 2Km con un dislivello di 56 metri. Il primo tratto in discesa su uno stretto sentierino in bosco mentre la risalita su un largo sentiero lastricato.

Il breve percorso è stato precedentemente provato senza la ferraglia addosso  nei giorni precedenti e qui sotto trovate i dati interessanti resi disponibili dall’applicazione strava, molto utilizzata da corridori e triatleti di ogni tipo e livello.

Senza particolari sovraccarichi, ed equipaggiati come la modernità richiede, il giro si chiude dignitosamente in 12 minuti con una discesa più rapida ed una risalita più lenta con una media di 5.31 min/Km, i battiti invece si attestano mediamente sui 178 bpm con punte sui 188. Performance più che mediocri ma utili al fine di un riferimento con il giro di prova.

La “controsortita fallita” ha richiesto, indossando l’arnese, 20 minuti e 55 secondi per essere completata, anche se il dato è inquinato dalla seppur piccola preparazione iniziale e finale per… riporre e poi accedere al dispositivo elettronico che ha registrato i dati. Qui potete ascoltare le impressioni a caldo, ma non troppo, dell’impresa. Il primo Km è stato fatto con una leggera, si fa per dire a 107 Kg, corsa con un ritmo di 7.37 min/km; il secondo Km invece è stato necessario farlo con passo relativamente sostenuto (12.26 min/km) ma quello che è stato allucinante è l’ultimo tratto di soli 100 metri. Sprofondato il ritmo  a quasi 18 minuti al Kilometro ha richiesto ogni singolo grammo di volontà per essere concluso.

L’arnese nel suo complesso ha risposto bene: niente laccetti che si lascavano, niente schinieri che si giravano o scendevano eccessivamente o nessun altro inconveniente di sorta ma certamente sono necessari alcuni accorgimenti aggiuntivi: il musisen ha bisogno di essere ulteriormente ottimizzato riducendo le maniche e togliendo ancora qualche fila di anelle qua e là ed i gambali hanno bisogno di una piccola riduzione di un angolo interno dei cosciali espediente che potremmo definire “comfort scrotale aggiunto”. L’arnese ha bisogno anche delle spalline da fissare sul musisien e che verranno aggiunte in seguito all’ottimizzazione dello stesso.

L’elemento percepito come più limitante durante la corsa è stato senza dubbio la sensazione di compressione addominale e toracica che riduceva di molto la capacità di prendere aria anche se muscolarmente la sensazione era che si poteva fare di più. A causa della scarsa ossigenazione anche l’idea di chiudere la visiera dell’elmo era sostanzialmente impossibile: in risalita ho provato ad abbassarla per un paio di tratti ma resistevo al massimo per una decina di metri. Altro aspetto interessante erano i lacci sulle gambe, delle imbottiture e delle pezze dell’arnese, che probabilmente riducevano il ritorno venoso dagli arti inferiori causando un sensibile abbassamento di pressione soprattutto nella fase finale del percorso, probabilmente dovuto anche ad una alimentazione insufficiente o con troppe ore in anticipo rispetto alla partenza.

In futuro programmo di allenarmi più spesso con un giubbino zavorrato, senz’altro più pratico per essere indossato e tolto velocemente, anche se è evidente quanto sia diversa la distribuzione dei carichi e la riduzione dell’ampiezza di movimento degli arti. Altra possibilità per sperimentare più semplicemente la costrizione alla respirazione con l’obbiettivo di potenziarla potrebbe essere il ricorrere ad una altitude mask, ovvero, una di quelle maschere che dovrebbero simulare l’allenamento in altitudine, cosa che è assolutamente falsa e fuorviante, e che invece allenano i muscoli dell’atto respiratorio e soprattutto permettono di familiarizzare con una difficoltà respiratoria.

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