Il Boccaccio che non ti aspetti

Assieme alla spada, l’elemento identificativo delle rievocazioni medievali è certamente l’armatura. Molti anni sono passati dall’esordio di questo tipo di eventi eppure ancora oggi tante armature vengono maltrattate dalle Alpi al fondo dello Stivale. Motivo: (più che una causa, una scusa) non esiste un documento italiano che spieghi come montare un’armatura nel periodo rievocativo più in voga (il famoso “Trecciento” ndr.).
In effetti rari sono i testi che identificano e spiegano la composizione delle pezze difensive medievali. Solitamente gli studiosi seri si ritrovano con mani sudate e palpitazioni alla vista di inventari, elenchi e distinte di carico riguardanti tale argomento (con i manuali sopraggiunge l’infarto). Il più noto di questi è sicuramente lo scritto “How a man schall be armyd at his ese when he schal fighte on foote”. In questo testo viene indicata la sequenza in cui montare le parti di un arnese difensivo e gli indumenti necessari a “combattere comodamente a piedi”.
Ma essendo il nostro un paese profondamente pigr… affezionato alla propria lingua, molti disdegnano un testo “nell’idioma della perfida Albione”. Di più: il testo è decisamente successivo al periodo citato all’inizio. Sull’onda di questo sentimento nazionale vige l’anarchia più totale su cosa sia o meno lecito portare per definire un’armatura italiana, come pure sull’ordine in cui montarla addosso al povero malcapitato.
Ma forse le cose cambieranno grazie al fortunato ritrovamento di Marco Signorini (navigato ricostruttore storico) in un testo di Boccaccio. Nella sua opera “Filocolo” ci imbattiamo in questo:

Veduta Ascalion la ferma volontà di Florio, sanza più parlare, egli lo ‘ncominciò ad armare di bella e buona arme; e poi ch’egli gli ebbe fatto vestire una grossa giubba di zendado vermiglio, gli fece calzare due bellissime calze di maglia, e appresso i pungenti speroni; e sopra le calze gli mise un paio di gambiere lucenti come se fossero di bianco argento, e un paio di cosciali; e similemente fattegli mettere le maniche e cignere le falde, gli mise la gorgiera; e appresso gli vestì un paio di leggierissime piatte, coperte d’un vermiglio sciamito, guarnite di quanto bisognava nobilmente e fini ad ogni pruova. E poi che gli ebbe armate le braccia di be’ bracciali e musacchini, gli fece cingere la celestiale spada, dandogli poi un bacinetto a camaglio bello e forte, sopra ‘l quale un fortissimo elmo rilucente e leggiero, ornato di ricchissime pietre preziose, sopra ‘l quale un’aquila con l’alie aperte di fino oro risplendeva, gli mise, donandoli un paio di guanti quali a tanta e tale armadura si richiedevano,e appresso il sinistro omero gli armò d’un bello scudetto e forte e ben fatto, tutto risplendente di fino oro, nel quale sei rosette vermiglie campeggiavano.”

Ebbene: IL RE E’ NUDO… anzi, stavolta è tutto di ferro vestito.
Devo ammettere che in tanti anni di strenua ricerca, neppure a me era mai balzato in mente di andare a caccia di informazioni di tale tipo dentro ad uno scritto di Boccaccio (più utile quando si cercano aneddotti divertenti sul medioevo, quali “il piuolo con il quale si piantan gli uomini”).

Il testo è ad ogni modo eccezionale: presenta una completa compatibilità per epoca e composizione con le pezze difensive ritratte nelle lastre terragne presenti nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze (una su tutte quella di Lorenzo Acciaiuoli) come pure le statue presenti sulle Arche di Verona.

E’ pure prodigo di dettagli ancor più interessanti:

  • conferma la presenza di un indumento imbottito consistente, ma foderato in seta grezza decorata con filo d’oro o altre fantasie policrome al posto del classico lino;
  • Non fa menzione alcuna di un’intera camicia di maglia sotto al resto della panoplia, anzi, cita testualmente quelle che hanno tutto l’aspetto di pezzature di maglia separate (ae. calze, bracciali, fianchi, gorgiera);
  • pone un profondo accento sull’importanza della leggerezza dell’armamento (addio per sempre, paranco per issare uomini “a bordo” dei cavalli);
  • esalta la componente estetica delle varie pezze, rimarcando la cura e l’attenzione posta sia alla fabbricazione che alla manutenzione dei pezzi d’armatura (addio per sempre, mito de “se il guerriero ha l’armatura lucente, non ha mai provato la vera Battaglia ™).

Insomma: ora abbiamo un testo completo, che getta luce sull’impianto difensivo Italiano di metà ‘300, senza “cialtronerie e compromessi” (modo di dire tanto caro alla nostra associazione).
Lo pubblico nella speranza che diventi virale nell’ambiente ed aiuti a smontare un po’ di luoghi comuni. In fondo è anche per questo se esistono associazioni come la nostra.

PS: il ‘musacchino’ si identificherebbe come il tondello, a volte zoomorfo) a protezione della spalla / cuffia del rotatorio.

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  1. Jacopo ha detto:

    Bell’articolo! Da non rievocatore/ricostruttore lo trovo ugualmente molto interessante. Ottimo spunto e complimenti per l’acuta ricerca.
    Jacopo recently posted..“Ma seconde te…My Profile

  2. Andrea Morini ha detto:

    La lettura degli autori che hanno creato la nostra lingua porta sempre interessanti scoperte.
    Grande Marco e grande Davide.

    Solo un consiglio spassionato: evitiamo di incappare nell’errore di generalizzare qualcosa, soprattutto se tratto da un romanzo avventuroso e inerente un contesto specifico come quello del duello (e non della battaglia).

    PS: oh, ovviamente sono d’accordo con tutti e 4 i punti espressi da Davide, nei limiti della mia scarsa esperienza in merito.

  3. fabio sansoni ha detto:

    complimenti per questo articolo, l’ho letto d’un fiato. Come rappresentate di una associazione culturale veronese che si occupa del periodo scaligero, mi fa piacere che si argomenti sulle cose “di casa nostra”. Molte delle affermazioni che sono state fatte nell’articolo le condivido pienamente. La invito a visitare il nostro sito http://www.scaligeri.com e a contattarci in privata sede. Cordiali saluti. FCS

  4. Signo ha detto:

    Il testo contiene sicuramente altri elementi di interesse, anche se non ho avuto ancora tempo di leggere le circa 240 pagine di cui è composto. Per quanto si possa argomentare che sia narrativa “fantasy” medievale, il genere eroico-cavalleresco era il pane quotidiano di quella stessa nobiltà guerriera che nei libri era esaltata. La platea dei lettori era largamente composta da gente del mestiere o nell’orbita di questi, e mal avrebbe digerito di leggere un romanzo farcito di inesattezze e informazioni inverosimili che facevano a pugni con la quotidianità del lettore. Inoltre, per il Boccaccio, sarebbe stato certamente più semplice intervistare un “addetto ai lavori” esattamente come si fa oggi, piuttosto che inventare di sana pianta gli elementi di cui aveva meno competenza. Il fatto che nel testo si ritrovino molti dei termini in uso negli inventari dell’epoca, mi fa pensare che il Boccaccio sapesse il fatto suo in tema di “fare i compiti a casa” (in effetti, si è conquistato un posto nelle antologie scolastiche no?) e per quanto non si possa attestare quantitativamente l’attendibilità del suo scritto, di certo non possiamo relegarlo a mera “narrativa priva di fondamenti”. Concludendo, alla lettura del testo, non dovrebbe risultare difficile tracciare una linea che divide lo “storicamente attendibile” dalla parte “narrativa fantastico eroico cavalleresca”.

  5. Davide Giurissini ha detto:

    Quoto Signo in blocco. Inoltre, visto il periodo trattato, la distinzione tra guarniture per una “joust of peace” e quelle da guerra non erano ancora così nette e marcate.

  6. Signo ha detto:

    Ho appena avuto il cuore di leggere tutta la scena del duello.. (cavolo la storia vale un film da oscar) e a dimostrazione che non si parla di robe sparate a casaccio,il protagonista, dopo aver disarcionato con un colpo alla gola il villano, gli si fa appresso, e avendo il cavallo decapitato, iniziano a duellare a piedi. Dopo aver ricevuto molti colpi sullo scudo, senza averne tratto alcuno, il protagonista ferisce alla gola il villano, dove il colpo di lancia avea lacerato l’arme, e credendolo morto gli volse le spalle. Ma come in ogni buon film, il villano fingea la morte e gravemente ferito, tentò la fuga.
    Anche questo passaggio, deprivato degli elementi narrativi, ci racconta una cosa che sappiamo: la spada, contra l’armatura è efficace nell’aggirarla, o nel cogliere una falla in essa, qui non ci sono gambe e braccia che volano, ma la consapevolezza che difficilmente un colpo portato senza ingegno è efficace, e l’epico duello tra il bene e il male, si risolve con un colpo di lancia ed un colpo di spada ben assestati, mentre il cattivo, consapevole di essere in difetto, tempesta il protagonista di rabbiosi colpi.

  7. Francesco Lanza ha detto:

    In effetti trovo piuttosto difficile “generalizzare” su delle informazioni piuttosto ragionevoli, precise e soprattutto compatibili con quello che si è visto sulle lastre tombali e sull’arte coeva. Erano tutti con delle armature fotocopia di quelle descritte? No, direi di no.

    Di sicuro però ciò di cui parla B. è qualcosa di desiderabile, che fa venire l’acquolina in bocca al lettore amante di tornei e cavalieri. Chiaro, è scritto sulla falsariga delle descrizioni di armi e armature dell’Iliade. Con il distinguo che qui non si cerca di comprimere un murales in uno scudo (come fa Omero), ma si va a parlare di armi di alta qualità ad un pubblico che avrebbe dovuto volerne di simili, con termini comuni per la cultura materiale del periodo.

    Quindi, dove si generalizza? Nel desiderio di leggerezza? Nella divisione in pezze delle corazze di maglia? Il primo, per essere ridotto a meramente specifico di tale racconto dovrebbe, forse, essere controbilanciato da un desiderio contrario (Qualcuno offre un esempio di armatura rimarchevole in quanto pesante, e lodata per tale caratteristica?).

    Quanto alle pezze al posto di intere armature di maglia “da capo a pube” abbiamo altri esempi interessanti. In primis, già a Wisby si son trovate armature di maglia estremamente corte, che evidentemente non continuavano molto sotto la corazza. Poi abbiamo trovato anche alcune testimonianze di pezzi di maglia cuciti sulla giubba, i famosi “musisen”, o topi di ferro, entrambi esempi di come già nel ‘300 si lavorasse bene alla razionalizzazione e al risparmio dei grammi. Dove ci sono le pezze cucite, risulta abbastanza evidente non ci fosse una corazza di maglie completa, giusto?

    Che c’è da generalizzare troppo? Mi sembra che sia una tendenza piuttosto chiara, a questo punto, che se proprio non vogliamo dire fosse tipica dell’uomo in arme della metà del ‘300, allora comunque è da considerare come chiaramente ammissibile nella ricostruzione di un esempio di un abbigliamento usato da tale genere di individuo. Che è quello che voleva dire Davide – mi sembra anzi che sia chi vuole il cavaliere di questo periodo come un eminflex sferoidale coperto di maglia di ferro e poi avvolto in lastre di 2mm a doverci spiegare perchè dovrebbe conciarsi in siffatta maniera. E poi lasciarsi pure arrugginire.

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