Armiamoci… e partite!

Per coloro i quali sono appassionati alla “storia delle armi”, è usuale saper snocciolare il numero e la composizione organica di questo o dell’altro esercito che ha partecipato alla tal battaglia. Ma spesso non si riflette su come questi eserciti, per piccoli o enormi che fossero, venissero reclutati.
Le strade che un’organizzazione militare poteva seguire per arruolare erano principalmente due, e spesso venivano ad incontrarsi: il pagamento di milizie mercenarie e le adunate degli “abili alle armi”. Sulla prima possibilità si è ampiamente trattato e discusso, mentre la seconda strada viene spesso bistrattata dagli analisti, ed ancor di più dai rievocatori.
A dire il vero, i meccanismi di coscrizione (volontaria o involontaria che fosse) di civili nel medioevo erano tutt’altro che standardizzati e ben definiti. Per quanto attiene a Trieste, spesso si è fatto ricorso alla “forza militare interna” con risultati quanto meno alterni. Sebbene le disposizioni fossero via via più severe, e le paghe sempre più alte, ai maschi Tergestini non andava volentieri di provare l’ebbrezza del “mestiere delle armi”. In caso di estrema gravità, come nell’assedio veneto del 1463, sicuramente tutti i maschi abili presero parte ai combattimenti: è noto infatti che le milizie cittadine operavano più decisamente quando i “fatti d’armi” coinvolgevano direttamente la città o il suo circondario. Diverso era invece l’atteggiamento quando si trattava di portare la guerra “lontano”.

Emblematico resta il caso del 1507.
La vicenda si inquadra nel più ampio ambito della “Crisi Italiana” e della guerra tra il Sacro Romano Impero (cui la città era dedita dal 1382) e la Serenissima Repubblica.
Al giorno 25 aprile, era fissata una Dieta a Lubiana: tale assemblea doveva discutere degli apporti che ogni città, potentato e signoria avrebbe dovuto fornire per concorrere alla creazione dell’armata imperiale, da mostrarsi poi nella rivista di Postumia del 5 settembre successivo. A Trieste venne “imposto” di fornire 16 fanti, stipendiati per due mesi.
In città venne istituito un apposito collegio di 30 membri, avente la funzione di deliberare le modalità e i compensi della forza militare in questione. Già ad una prima analisi la cosa suona piuttosto ironica: trenta cittadini chiamati a decidere come trovarne altri diciassette… che ovviamente non fossero loro stessi! Determinate cifre e tempi, si avviò l’effettiva campagna di reclutamento… che si concluse con un triste “buco nell’acqua”: ne’ cittadini abili, ne’ forestieri accettarono di entrare a far parte delle milizie.
Intanto il tempo cominciò a stringere, e il Capitano Cesareo di Trieste fece pressione sul Consiglio per ottenere i fanti di cui necessitava. I compensi furono alzati, le condizioni migliorate, per qualche giorno si pensò addirittura di ingaggiare dei “figuranti” da mandare al posto dei veri soldati: avrebbero fatto bella mostra di sé all’adunata di Postumia, quindi sarebbero stati sostituiti con veri militari nel caso di un vero impegno bellico. Tutto inutile.
Il 5 settembre giunse, al fine, e gli armati di Trieste… “brillarono per la loro assenza”! Solo il Capitano Cesareo era presente: cercò di abbozzare delle scuse nei confronti delle autorità imperiali, ma furono queste sdegnosamente rigettate. Ci fu addirittura qualche notabile che cercò di sollevare un’eccezione di “disobbedienza” contro la città giuliana: ciò avrebbe comportato una dura rappresaglia militare contro beni e cose dei cittadini.
Il tutto finì fortunatamente nel nulla, ma alla città venne imposto senza troppe cerimonie di dotarsi dei sedici armati entro la successiva rivista del 5 febbraio. Neppure in quel caso la città fu in grado di presentare dei militari. Si presentò una delegazione del Comune, con il compito di implorare l’esenzione di Trieste dagl’obblighi di coscrizione per questa campagna (dati anche gli scarsissimi risultati ottenuti sino a quel momento). Sembra che la supplicca venne accolta, stando al fatto che nulla venne più eccepito contro Trieste nei verbali della Dieta.
Benchè il medioevo venga sempre ricordato come un periodo oscuro, in cui orde di militari più o meno professionisti si affrontavano brutalmente in conflitti regionali perenni, i documenti e gli atti delle città descrivono una realtà “piuttosto” diversa: sembra piuttosto che, oggi come allora, alle persone comuni non andasse per nulla di gettarsi a capofitto in una guerra.

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  1. Michele Penco scrive:

    Ottima analisi, uno sguardo sul medioevo diverso

  2. Enrico scrive:

    La tua professionalità e il tuo amore per la storia si traduce in un eccellente analisi critica, che non tocca luoghi comuni, ma solo puri fatti. Bellissimo articolo.

  3. Stefano scrive:

    Davvero una prospettiva interessante! Non avevo nemmeno pensato a queste problemtatiche… un arricchimento da non poco!!Grazie

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