Corazzine, fonti e suggerimenti

02/11/2009 17 Di Giorgio Fonda
Comincio a raccontare questa esperienza partendo da una considerazione di tipo lessicale. La ricchezza della nostra lingua, nonché il contributo di illuminati ricercatori come L.G. Boccia, permette l’uso di termini con immediata rispondenza al tipo.  Per cui il termine corazza (e il suo etimologico attaccamento al cuoio) indica un tipo di protezione composta da grandi placche fissate ad un incoiato, la corazzina indica una protezione composta da placche variamente dimensionate e fissate ad una parte generalmente tessile ed infine la brigantina una tipologia di protezione del torso composta da lamelle metalliche di ridotte dimensioni rivettate ad una imprescindibile parte tessile. Con questi tre termini possiamo in modo piuttosto preciso indicare delle tipologie di protezione che cominciano ad apparire partendo rispettivamente dall’ultimo quarto del Duecento, passando per il Trecento e arrivando al Quattrocento inoltrato ed oltre.
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Un’altro degli scrupoli che mi sono fatto, quando avevo ancora la sola idea di costruire una corazzina, è se effettivamente venisse impiegato il cuoio nella sua costruzione. In questo mi è venuto in aiuto il libro di Charles Ffoulkes, The armourer and his craft from the XIth to the XVIth Century, Dover publications inc., New york 1988. Nel quale vengono riportati diverse documentazioni testuali che qui riporto:
1278. Roll of Purchases for the Tournament at Winsor Park
De Milion le Cuireur xxxviij quiret: p’c pec iij s.
Itm. ij Crest & j Blazon & una galea cor & j ensis de Balon
de Rob’o Brunnler xxxviij galee de cor p’c galee xiv.
Tra questi acquisti non vi sono menzionate armature metalliche e le armi sono in osso di balena, un materiale che veniva impiegato anche per i guanti, come riportano le descrizioni di Froissart degli equipaggiamenti delle truppe di Filippo von Artevelde nella battaglia di Rosebecque nel 1382.
Sempre Ffoulkes riporta:
1345. Les Livres de Competes des Freres Bonis, I. 174, Forestie.
Item deu per un brasolt. . . de cuer negre.
1351. Ordonnnances du roi Jean IV, 69.
Ordenons que l’arbalestrier . . . sera arme de plates . . . et de harnois de bras de fer et de cuir.
Anche queste sono testimonianze documentarie di come venissero impiegati arnesi, o parti di essi, in cuoio a seconda delle esigenze di praticità o di costo.
Unendo quindi l’obiettivo di realizzare un prototipo di corazzina senza aver sperimentato la battitura del ferro e volendo comunque costruire qualcosa di storicamente accettabile ho deciso di impiegare il cuoio e per rivestimento del cotone a trama fitta unitamente a del velluto di cotone.

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Una delle domande che mi sono posto prima di realizzare una corazzina è che materiale venisse impiegato per “tenere insieme” l’intero manufatto, ovvero su cosa le placche venissero attaccate. Andando a vedere alcune repliche prodotte oggidì ho notato come generalmente venga prediletto un guscio esterno in pelle o cuoio. In realtà i rari reperti rimasti di corazzine e brigantine e le prove documentarie sembrano suggerire l’impiego di qualche tipologia tessile per la parte esterna. Mi sono chiesto quindi come testare la resistenza allo strappo della stoffa nel punto in cui passa un rivetto. Nelle tre immagini qui sotto potete osservare come ho cercato di risolvere il quesito. Ho attaccato ad un pezzo di legno, tramite graffette, un campione delle stoffe che intendevo impiegare come rivestimento della corazzina, eseguito con un punteruolo il foro di passaggio, fatto passare il rivetto e attaccato al medesimo una pinza autobloccante, completato il “tester” con un dinamometro a molla.

I risultati sono stati piuttosto sbalorditivi: la stoffa non ha subito nessuna alterazione a causa della trazione fino a 12 Kg. Se vi state chiedendo: “e dopo i 12Kg?” pensando che si sia rotta la stoffa vi state sbagliando perchè si è rotto il pezzo di legno alla quale era attaccata! Ho fermato qui i miei test. In quanto per una corazzina in cuoio 12kg rappresenta circa il doppio del peso dell’intero manufatto mentre per una in ferro poco meno. Detto in altri termini una singola placca è attaccata tramite più di 3 rivetti e il suo peso varia tra i 100gr e i 500gr quindi difficilmente un rivetto potrà strappare la stoffa.

Un’ultima nota: per la corazzina uso generalmente due stoffe una è quella “di struttura” e una è la fodera esterna. Per la stoffa che è deputata a reggere i pesi viene impiegato un cotone grezzo molto pesante con una trama fitta, mentre per la fodera esterna si possono impiegare velluti di cotone o seta, damasco, damascato, broccato.

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Costruirsi una corazzina non è un’impresa impossibile tuttavia è un progetto che richiede una certa determinazione e un certo metodo nell’esecuzione.

La progettazione parte, dopo l’analisi delle forme delle fonti, dalle misure del portatore finale: circonferenza al torace, alla vita, ai fianchi; lunghezza dal collo a 1/5 di coscia e da sotto l’ascella a 1/5 di coscia.  In seguito ho adattato queste misure alle forme delle placche con particolare cura alla spaziatura dei rivetti nonché alla sovrapposizione delle placche.

Stampati e ritagliati i cartamodelli ne ho ricopiato le sagome sul cuoio (spalla, groppone o cuoio da suola di circa 5mm di spessore) cercando di ottimizzare gli sprechi e in seguito ho ritagliato le placche. A tale proposito per tagliare le placche sono solito incidere con un taglierino il perimetro e poi lo ripasso con una forbice da lattoniere con lo snodo per la doppia leva.  Anche con questa piccola astuzia non è un lavoro che si possa cominciare e finire e consiglio di riposare di tanto in tanto la mano magari dedicandosi ad altri lavori meno impegnativi!

Per la parte in cuoio il più è fatto, manca solo di rifinire i bordi delle placche con carta vetrata o una lima e di  forare le placche in corrispondenza di dove rivetteremo ogni singola placca al supporto in stoffa o pelle che sostiene l’intera corazzina.

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Qui di seguito ci sono le immagini dei nostri lavori sulla corazzina di Massimo C. Ed la  terza in ordine di costruzione. Qui, oltre alle varianti sul modello, ho cercato di realizzare anche un tipico complemento delle corazzine Visby ovvero la spallina integrata con una cerniera.

Nella serie di immagini che segue si può inoltre osservare il metodo che usiamo per fissare le placche sulla stoffa. La placca viene usata come sagoma per segnare la stoffa e forarla allargando la trama con un punteruolo, si fa passare il rivetto e si fissa la placca di cuoio per mezzo di rondelle quadre.

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L’esperienza accumulata negli esperimenti precedenti mi ha permesso di affrontare la realizzazione di una Visby tipo 4 in ferro come esperimento. Effettivamente il ridotto numero di rivetti unitamente al fatto che non sono più necessarie le rondelle quadre semplificano e velocizzano la produzione anche se il rivettare delle piastre curve è in alcune sue parti decisamente impegnativo. Alla fine non servono particolari strumenti, infatti per curvare le placche ho usato un martello a testa semi-tonda e un profilo a “C”, un paio di guanti e indispensabili delle cuffie per le mie povere orecchie.

Una delle cose più interessanti è che ho utilizzato un metodo naturale per brunire le placche e preservarle dall’ossidazione: le placche sono state spennellate con dell’olio di lino e successivamente scaldate su una fiamma libera. E’ necessario farlo in un luogo molto ben ventilato in quanto l’odore, simile a quello di una frittura un pò bruciata, non è esattamente gradevole. Ma il sacrificio ne vale la pena specialmente per non trovarsi le placche corrose dalla ruggine in punti impossibili da pulire.

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Questo è il resoconto abbastanza dettagliato delle esperienze fatte nel tentativo di comprendere questo peculiare tipo di protezione.