Il medioevo e gli occhiali

03/09/2009 0 Di Giorgio Fonda

Tratto da Il Messaggero del 03/09/2009  scritto da Anto Rossetti

Da alcuni anni lavoro a Cividale e, purtroppo, non avevo avuta l’occasione di assistere al Palio di S. Donato.

Appena arrivato ho sentito un celebre passo dei Carmina Burana (non nella versione storica che un frequente ospite cividalese, Renè Clemencic, ha registrato con attenzione storica e spirito contemporaneo), ma nella composizione di CArl Orff (che è del 1937). Ho considerato fosse nello spirito dell’incrocio tra l’attualità e il medioevo, come anche annunciato dal palco dei Musica Officinalis (in concerto la stessa sera): l’epoca medievale si evoca, non si può ricreare davvero (infatti la scelta dei suddetti musicisti è stata di farsi aiutare dalla musica popolare, concetto ben introdotto da uno dei primi storici della musica antica già negli anni Sessanta). Probabilmente la musica per natura effimera, abitua alla reinvenzione e nulla di male mi pare. Però, casualmente, mi riferiscono che è stato chiesto a un’anziana di non usare gli occhiali, perchè nel medioevo non c’erano e, similmente, a un’artigiano di non esporre custodie per gli occhiali. Per un’evidente deformazione professionale (insegno nel settore Ottica dell’Istituto professionale statale, a ridosso del ponte del Diavolo), vorrei segnalare questo grossolano errore.

Ponendo il medioevo dagli anni 400-476 fino agli anni 1453-1517 (in relazione ai riferimenti scelti), occhiali e lenti hanno buon diritto di cittadinanza.

La citazione più antica delle lenti è nella commedia “Le nuvole” di Aristofane (circa nel 400 avanti Cristo); sono lenti ustorie per il fuoco (ma sono simili a quelle usate oggi da presbiti e ipermetropi). Gli occhiali compaiono più tardi, almeno nel 1285: un’iscrizione nei Capitolari veneziani del 1305 attesta una produzione a Venezia. Due passi fino a Treviso (sala del capitolo del complesso di San Niccolò) bastano per vedere frate Ugone di Provenza con occhiali ben inforcati in un dipinto del 1352. Ma citerei, per attualità, Guglielmo da BAskerville nel medioevo di Eco evocato ne “il nome della rosa”  che inforca tra lo stupore “oculi de vitro cum capsula” o “Vitrei ab oculis ad legendum”.

Ancora oltre: un carteggio degli Sforza fa scoprire che nel 1462 gli occhiali sono già differenziati e ne esistono anche per miopi.

Una visita al rinnovato Museo dell’occhiale a Pieve di Cadore può fugare ogni dubbio residuo. Certo le forme sono ora diverse , ma gli occhiali c’erano nel medioevo. Magari questa osservazione è l’occasione per pensare a qualcosa con l’istituto proprio a riguardo agli occhiali nel medioevo.

Avrei da ridire anche su qualche considerazione sull’assenza di nudità nelle rappresentazioni medievali e sulle fedi nunziali o sul grande tema dei colori “medievali” (ho sentito parlare anche di simili limitazioni), ma lascio ad altri esperti questa difesa.ùInsomma, una evocazione gioiosa come il PAlio nn ha bisogno di purismi impropri che impediscano a un artigiano la vendita della sua opera o guastino il clima di chi deve darsi da fare senza gli occhiali “che fanno veder bene” (così scrivono in una predica del 1305)